Un gruppo di scienziati dello Xinjiang Institute of Ecology and Geography dell’Accademia cinese delle Scienze ha identificato un muschio del deserto, la Syntrichia caninervis, in grado di resistere a condizioni simili a quelle di Marte, tra cui siccità, alti livelli di radiazioni e freddo estremo.
In uno studio pubblicato sulla rivista The Innovation, i ricercatori scrivono che questo “super muschio” ha saputo riprendersi rapidamente da una disidratazione pressoché completa.
La pianta, che sulla Terra cresce in Tibet, nel deserto californiano, in Medio Oriente e nelle regioni polari, è stata capace di rigenerarsi dopo aver trascorso anche cinque anni a -80 gradi, fino a 30 giorni a -196 gradi, e dopo l’esposizione ai raggi gamma, con dosi di circa 500Gy.
Il team ha quindi progettato un ambiente che imita quello marziano, con pressioni, temperature, gas e radiazioni UV simili. In queste condizioni, il muschio non solo è sopravvissuto ma ha ripreso a crescere in modo del tutto normale.
La resilienza di questa pianta potrebbe essere il primo tassello per la creazione di un ecosistema adatto alla vita umana sul Pianeta rosso e la base per il sostentamento di future colonie?
La Syntrichia caninervis potrebbe servire “alla produzione di ossigeno, a catturare il carbonio e alla fertilità del suolo”, si legge nello studio, pubblicato il 1° luglio.
Il “super muschio”, sostengono gli scienziati cinesi, può contribuire “a guidare i processi atmosferici, geologici ed ecologici necessari per altre piante superiori e per gli animali, facilitando al contempo la creazione di nuovi ambienti abitabili e favorevoli all’insediamento umano a lungo termine”.
KOUROU (GUYANA FRANCESE) – “VA262”, cioè Volo Ariane numero 262. Nello spazioporto di Kourou, in Guyana Francese, è la sigla più utilizzata del momento. In questo angolo di Francia sulla costa atlantica del Sud America si sta per scrivere il nuovo capitolo di una storia iniziata il 24 dicembre 1979, quella dei lanciatori Ariane. Stavolta l’appuntamento è particolarmente importante: il debutto della nuova versione Ariane 6, il razzo più potente mai costruito dall’Europa.
Lui, il protagonista, è già in attesa di spiccare il volo sulla rampa di lancio, anch’essa nuova di zecca. È stato superato positivamente anche uno degli ultimi e più importanti momenti in cui si fa il punto sui preparativi, cioè la Launch Readiness Review. L’accensione dei motori è in programma martedì, con una finestra di lancio di quattro ore che si aprirà alle ore 21 italiane. La partenza sarà mostrata in diretta su RaiNews24.
Per arrivare sin qui sono serviti moltissimi anni di sviluppo e test. Più del previsto, a dirla tutta, dato che inizialmente il lancio inaugurale era stato pianificato per il 2020. Finalmente però è tutto pronto. Al progetto, coordinato dall’Agenzia Spaziale Europea, hanno preso parte 13 paesi europei, con ArianeGroup come prime contractor industriale e un ruolo importante anche da parte dell’italiana Avio.
La prima missione ha come obiettivo principale testare il lanciatore ma porterà comunque in orbita dei piccoli satelliti e alcuni esperimenti. Ariane 6 partirà nella configurazione con due booster laterali e un’altezza di 56 metri, ma in futuro potrà volare anche con quattro booster laterali e un’ogiva più grande che porterà l’altezza a 62 metri.
Assemblato in orizzontale, è più economico da produrre rispetto alla precedente versione Ariane 5 e più rapido da preparare. Secondo le stime, a regime si potrebbe arrivare a un ritmo di undici lanci all’anno. Sarà in grado di supportare praticamente ogni genere di missione, dal posizionamento di satelliti in orbita terrestre ai lanci verso la Luna, fino ai viaggi delle sonde verso i confini del Sistema Solare.
Fra i primi e più importanti clienti al momento c’è Amazon. Il colosso statunitense ha già prenotato 18 lanci per la sua nuova costellazione satellitare Kuiper, che fornirà connessioni a internet e farà concorrenza a Starlink della SpaceX di Elon Musk.
Per l’Europa, l’entrata in servizio del nuovo lanciatore è di enorme importanza strategica. Ariane 6 è infatti un tassello fondamentale per assicurare al Vecchio Continente la possibilità di accedere allo spazio in modo autonomo, senza dipendere dalla disponibilità e dalle priorità di altri paesi. La questione si è fatta particolarmente sentire proprio a causa dei ritardi accumulati dal programma. Lo scorso anno è andato in pensione il vecchio e glorioso Ariane 5 e, in mancanza di razzi disponibili per partire da Kourou, diverse missioni europee sono state dirottate negli Stati Uniti e hanno volato con SpaceX, che in questo momento è il leader mondiale del settore. Se martedì andrà tutto come previsto, entro la fine dell’anno ci sarà il lancio di un satellite francese. Nel 2025 si effettueranno sei lanci e nel 2026 ne sono previsti altri otto.
Missione compiuta per il lanciatore europeo Ariane 6: dopo un lancio perfetto, il motore Vinci ha portato lo stadio superiore nell’orbita corretta per rilasciare i nano satelliti e gli esperimenti. Quindi si è riacceso per un’ultima volta, come previsto, per modificare la sua orbita e cominciare a scendere verso l’atmosfera terrestre. Qui ha rilasciato le due capsule di rientro sperimentali e poi ha proseguito il suo viaggio per bruciare nell’impatto dell’atmosfera.
Le due capsule, come eventuali frammenti dello stadio superiore di Ariane 6, sono stati immessi su una traiettoria di rientro controllato su una zona sicura del Pacifico.
Il razzo europeo Ariane 6 ha quindi completato con successo il suo primo decollo. Ci vorrà ancora un po’ di tempo per analizzare tutti i dati e accertarsi che il motore Vinci riavviabile del terzo stadio funzioni correttamente, ma la parte più difficile è passata, scrive Afp. Il razzo è partito, non ha distrutto la rampa di lancio né è esploso in volo.
Con un peso di 540 tonnellate e un’altezza di 56 metri, il nuovo razzo europeo ha lasciato la rampa di lancio di Kourou, nella Guyana francese, dando inizio a un volo di quasi tre ore progettato per porre fine a un anno di pausa dall’accesso europeo allo spazio.
Da più di un anno l’Europa era completamente stata esclusa dell’accesso indipendente allo spazio, con il lancio dalla Guyana francese, riparte la corsa. Se completato correttamente, questo lancio aprirà nuove prospettive per lo spazio europeo ma anche per il Centro spaziale della Guyana, che punta ancora a un obiettivo di 30 lanci all’anno entro il 2030.
Per quanto riguarda Ariane, quest’anno sono già previsti altri due voli, sei l’anno successivo e otto nel 2026. In definitiva, l’obiettivo è di effettuare dai 9 ai 10 lanci all’anno.
Nel 2014, le nazioni dell’Esa (Agenzia spaziale europea) hanno concordato di sviluppare Ariane 6 in risposta alla crescente concorrenza nel mercato dei lanci commerciali ma il suo arrivo, originariamente previsto per il 2020, è stato ripetutamente posticipato.
Il razzo è stato sviluppato da Ariane Group, una joint venture tra Airbus AIR.PA e Safran SAF.PA, per competere meglio con rivali come SpaceX di Elon Musk.
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Questa settimana ad Altri Mondi partiamo da Hellblade 2, sequel dell’originale saga di Ninja Theory dedicati alle avventure di Senua, guerriera norrena affetta da schizofrenia, con un gameplay al limite tra videogioco e film interattivo. Un viaggio sensoriale ed extra-sensoriale, come ci racconta nella sua recensione Kurolily, una delle più famose streamer italiane nel campo dei videogiochi. Con le immagini di Mattia Pianezzi parliamo di Multiversus, una sorta di Smash Bros di Nintendo in salsa Warner Brothers, con Batman, Bugs Bunny e decine di altri personaggi dell’universo WB pronti a darsele di santa ragione. In chiusura il trailer di Star Wars: Hunters, titolo free-to-play a squadre in arrivo il 4 giugno su Switch e dispositivi mobili.
Altri Mondi è la rubrica a cura di Dario Marchetti che ogni settimana su RaiNews24, rainews.it e RaiPlay esplora il multiverso videoludico (e non solo).
Un nuovo record per James Webb: il telescopio spaziale ha nuovamente superato sé stesso e i limiti delle sue osservazioni scovando la galassia più distante mai scoperta fino a questo momento.
Questa galassia, che era già nata circa 290 milioni di anni dopo il ‘Big Bang’, presenta caratteristiche particolari con “profonde implicazioni” per la nostra comprensione dei primi vagiti dell’Universo, ha spiegato giovedì la NASA in un post sul suo blog.
“Siamo felici di vedere la straordinaria diversità delle galassie che esistevano agli albori del cosmo”, dicono gli autori della ricerca. In astronomia, vedere lontano significa andare indietro nel tempo. La luce del Sole, ad esempio, impiega otto minuti per raggiungerci, quindi la vediamo come era otto minuti fa.
Guardando il più lontano possibile, possiamo vedere gli oggetti come erano miliardi di anni fa. Ma la luce emessa da oggetti molto lontani si è allungata fino a raggiungerci e si è “arrossata” lungo il percorso, passando per una lunghezza d’onda invisibile a occhio nudo: l’infrarosso. Qui entrano in campo le grandi potenzialità del telescopio spaziale di NASA, ESA e CSA.
Grazie ai dati forniti da Webb, un team internazionale che vede come capofila la Scuola Normale Superiore di Pisa e comprende l’Università dell’Arizona, Cambridge, l’Harvard & Smithsonian e altri 20 istituti e atenei, ha potuto misurare con precisione la distanza tra la Terra e questo agglomerato di stelle, il più lontano finora conosciuto a più di 13,4 miliardi di anni luce.
La galassia, chiamata Jades-Gs-z14-0, era presente nella fase di vita dell’Universo chiamata dagli astrofisici ‘alba cosmica’, caratterizzata dalla formazione dei primi sistemi di stelle e la conseguente generazione dei primi fotoni, gas e buchi neri.
In questa fase primordiale dell’Universo, viene sottolineato in una nota della Scuola Normale di Pisa, le proprietà intrinseche della galassia sono sorprendenti. Ad esempio, Jades-Gs-z14-0 è molto luminosa e ha già formato circa un miliardo di stelle simili al nostro Sole.
“L’esperimento dimostra che quando l’Universo aveva solo 300 milioni di anni di vita, il 2% della sua età attuale, esistevano sistemi di stelle del tutto sviluppati, molto più velocemente di quanto previsto dai modelli”. Questo dato, prosegue la nota, “si contrappone alle previsioni dell’ultimo decennio, che ritenevano grandezza, luminosità e ricchezza di stelle nelle galassie possibili solo in fasi successive”.
La ricerca, condotta in collaborazione con la Nasa, è stata coordinata da Stefano Carniani, del gruppo di Cosmologia e Astrofisica della Normale. Hanno partecipato anche la dottoranda Eleonora Parlanti e l’assegnista di ricerca Giacomo Venturi.
“Le immagini ottenute con il telescopio Webb ci mostrano una istantanea dell’Universo miliardi di anni fa”, spiega Carniani: “Come il rombo del tuono arriva al nostro orecchio con alcuni secondi di ritardo rispetto a quando osserviamo la scarica del fulmine, lo stesso accade con la luce proveniente da galassie lontane, che ci restituisce un’immagine del passato. In questa ottica, JADES-GS-z14-0 rappresenta la prova tangibile che nell’Universo primordiale esistevano galassie luminose gia’ pienamente sviluppate. Un fatto straordinario, e allo stesso tempo misterioso, pensare che raggruppamenti di stelle cosi’ grandi fossero gia’ presenti appena 300 milioni di anni dopo il Big Bang”.
A livello comparativo l’analisi dei dati – ottenuti grazie allo spettrografo NIRSpec a bordo del Webb – ha rivelato che, pur avendo una dimensione oltre 10 volte più piccola di quella della nostra galassia, la Via Lattea, JADES-GS-z14-0 sta formando nuove stelle a un tasso 20 volte superiore. Inoltre la luce emessa non è dovuta ad un buco nero massiccio in crescita come alcuni modelli teorici ipotizzavano, ma ai fotoni che provengono dalle nuove stelle, che si stanno formando ogni anno.
La scoperta è descritta in tre documenti. Due di questi sono in fase di revisione ma sono disponibili in formato elettronico come Carniani e altri e Helton e altri. Il terzo articolo è stato accettato per la pubblicazione sull’Astrophysical Journal ed è anche questo disponibile sulla piattaforma ArXiv.
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