“Che siate o no scienziati, la coscienza è un importante mistero. Per ognuno di noi, la nostra esperienza cosciente è tutto ciò che c’è. Senza di essa nulla rimane: niente mondo, niente sé, niente di interiore o esteriore”. Questo è un passaggio del prologo di “Come il cervello crea la nostra coscienza” di Anil Seth, professore di Neuroscienze cognitive e computazionali presso l’Università del Sussex e condirettore del Programma di ricerca Cervello, mente e coscienza del Canadian Institute for Advanced Research.
Gli abbiamo chiesto quanto la scienza della coscienza conosca le forze interiori che agiscono dentro di noi e che a volte ci portano a fare anche del male agli altri. E se in qualche modo scoprirle può aiutarci a vivere meglio. Questa è la sua risposta.
“Da un lato la scienza della coscienza è una scienza di base, spiega cosa c’è nel cervello, nel corpo, e spiega la differenza tra l’essere svegli e consapevoli e l’essere semplicemente in vita, con una percezione diversa che sia ad esempio quando siamo sotto anestesia o quando dormiamo senza sognare. Ma la scienza della coscienza studia anche la nostra esperienza del mondo, chi siamo in questo mondo e riguarda le percezioni, come ci facciamo un’idea del mondo che ci circonda, e riguarda le emozioni, come e perché ne facciamo esperienza. Riguarda anche poi le azioni, le intenzioni, il nostro libero arbitrio, perché e come sviluppiamo le intenzioni che ci spingono ad agire. Credo che una comprensione più approfondita della biologia non ci permetterà di risolvere certi problemi sociali, ma ci può far diventare più umili, per costruire una base per arrivare a una forma di empatia per capirci meglio”.
Anil Seth studia la coscienza, insegna Neuroscienze cognitive e computazionali presso l’Università del Sussex ed è condirettore del Programma di ricerca Cervello, mente e coscienza del Canadian Institute for Advanced Research.
Nel suo libro tradotto in italiano da Raffaello Cortina Editore, “Come il cervello crea la nostra coscienza” cerca di spiegare come avviene la nostra esperienza cosciente, “perché facciamo esperienza della vita in prima persona”. Quel modo di fare esperienza è diverso da persona a persona. Gli abbiamo chiesto se questa diversità sia l’anticamera della solitudine. Se solo io so cosa vuol dire essere me come riusciamo a capirci, a comunicare?
La sua risposta apre alla socialità, all’avere un’identità passando per l’altro.
“Credo che ognuno di noi abbia un modo unico di fare esperienza del mondo, abbiamo cervelli diversi, corpi diversi. Avremo modi diversi di fare esperienza, ma non completamente. Abitiamo una realtà condivisa, siamo simili, ma non esattamente uguali. Quando si parla di fare esperienza del sé, dell’esser me o essere te, non credo che si tratti di un fenomeno di solitudine, ma di capire come gli altri fanno esperienza di me, parte di come sono io è quello che sono nelle menti degli altri. Questo è l’aspetto sociale, dell’identità, ed è molto importante”.
Spesso nella vita degli scrittori, pensatori, scienziati ci sono dei pensieri assillanti, un tarlo che non li lascia andare. Abbiamo chiesto ad Anil Seth, professore di Neuroscienze cognitive e computazionali presso l’Università del Sussex e condirettore del Programma di ricerca Cervello, mente e coscienza del Canadian Institute for Advanced Research.uno dei massimi ricercatori nel campo della scienza della coscienza, cos’è che assilla un neuroscienziato.
Questa è la sua risposta.
“Due cose, la prima è un qualcosa penso assilli chiunque. Lo studio della coscienza è incentrato sulla coscienza, sull’esperienza, e anche su quando questa viene meno, con la morte. In genere è un retropensiero, ma quando studi la coscienza non puoi non farlo, ti ci confronti quotidianamente. La seconda cosa che mi assilla è che non capiremo mai veramente come questa incredibile macchina biologica che abbiamo nella nostra testa possa generare esperienza così ricche da farci pensare che la vita meriti di essere vissuta. Spero lo capiremo, ma temo che non accadrà”.
È stata individuata da pochissimi giorni e la sua scoperta non è ancora stata ufficializzata, ma ha già mandato in fibrillazione la comunità di astronomi e astrofili di mezzo mondo: è la nuova cometa A11bP7I, che si preannuncia come la più spettacolare per lo meno dai tempi della famosa Lovejoy che illuminò i cieli nel Natale 2011.
Uno scenario entusiasmante che si sovrappone al momento di migliore visibilità di un’altra cometa, la C/2023 A3 Tsuchinshan-Atlas, che sta già ammaliando i curiosi del cielo all’alba, ma che dal 9 ottobre potrebbe mostrarsi spettacolare al tramonto, anche a occhio nudo.
Scovata da uno dei telescopi della survey Atlas alle Hawaii, la nuova cometa è stata temporaneamente denominata A11bP7I, in attesa della designazione ufficiale da parte del Minor Planet Center.
“Sin da subito si è intuito che l’orbita di A11bP7I poteva renderla una cometa speciale, di quelle spericolate che passano radenti al Sole, tanto da distruggersi il più delle volte”, spiega l’astrofisico Gianluca Masi, che l’ha osservata il 29 e il 30 settembre attraverso uno degli strumenti robotici del Virtual Telescope Project installati a Manciano (Grosseto), sotto il cielo più libero da inquinamento luminoso dell’Italia peninsulare.
Come la cometa Lovejoy, anche A11bP7I appartiene dunque alla famiglia delle comete radenti di Kreutz (Kreutz sungrazers), nate dalla frammentazione di una cometa progenitrice avvenuta circa un millennio fa.
“Di tanto in tanto, qualcuna di queste comete dà luogo a un’apparizione assolutamente spettacolare: in pratica, molte delle cosiddette Grandi Comete sono membri di questa famiglia. Basti ricordare la C/1967 Y1 Ikeya-Seki, che nel 1967 diventò visibile in pieno giorno”.
Attualmente A11bP7I si trova nella costellazione dell’Idra ed è visibile poco prima dell’alba bassa a sud-est, ma solo attraverso telescopi di buone dimensioni. Nei pochi giorni trascorsi dalla scoperta, la sua luminosità sta regolarmente aumentando. I dati preliminari consentono ad oggi di valutare la cometa come più significativa della C/2011 W3 Lovejoy e che passerà al perielio il prossimo 28 di ottobre.
“La cometa privilegerà l’emisfero australe, almeno fino al perielio”, ricorda Masi. “Qualora il nucleo sopravvivesse al giro di boa attorno al Sole del 28 ottobre, sarà il turno dell’emisfero nord per vederla al meglio, nel cielo dell’alba”.
Il Solar Dynamics Observatory della Nasa ha catturato un brillamento solare di classe X9, il più forte di questo ciclo solare, in due lunghezze d’onda ultraviolette. Secondo la Nasa, questi brillamenti solari sono intensi rilasci di energia dal Sole che possono colpire “radio comunicazioni, reti elettriche, segnali di navigazione e comportano rischi per i veicoli spaziali e gli astronauti.” Il bagliore di giovedì 3 è noto come bagliore di classe X9. La Nasa ha spiegato che i brillamenti di classe X sono i più intensi e che il numero ne indica l’intensità. Il 22 febbraio, la Nasa ha catturato un bagliore X6.3
Fino al 6 ottobre alla Fiera di Roma, sulla via Portuense, è in scena 33esima edizione di Romics, il Festival Internazionale del Fumetto, Animazione, Cinema e Games. Un appuntamento che, per quattro giornate, dalle 10 alle 20, vede un programma ricco di eventi, ospiti, anteprime esclusive e spazi dedicati ai fan di tutte le età.
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