“Passeggiata spaziale” di 9 ore: gli astronauti cinesi battono il record dei colleghi Usa

“Passeggiata spaziale” di 9 ore: gli astronauti cinesi battono il record dei colleghi Usa

Due astronauti cinesi della missione Shenzhou-19 hanno stabilito un nuovo record per la più lunga attività extraveicolare nello spazio. 

Cai Xuzhe e Song Lingdong hanno completato una ‘spacewalk’ di 9 ore e 6 minuti all’esterno della stazione orbitante cinese Tiangong battendo il precedente record di 8 ore e 56 minuti, stabilito nel marzo 2001 dagli astronauti americani James Voss e Susan Helms sulla Stazione Spaziale Internazionale.

Ad aiutare gli astronauti le tute “Feitian” di seconda generazione, in grado di sostenere più a lungo la permanenza all’esterno, riferisce l’Agenzia spaziale cinese (CMSA). 

Durante l’attività extraveicolare, Cai Xuzhe e Song Lingdong, con l’aiuto di un braccio robotico, hanno installato alcuni dispositivi di protezione dai detriti spaziali e ispezionato le strutture esterne.

Le operazioni sono state effettuate con l’assistenza dall’astronauta Wang Haoze dall’interno della stazione e il supporto del centro di controllo sulla Terra.

La missione Shenzhou-19 è partita il 30 ottobre con tre astronauti a bordo – tra cui la terza donna astronauta cinese e la prima donna ingegnere ad andare nello spazio.

I tre rimarranno sulla Tiangong per la durata prevista della missione che è di sei mesi.

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Altri Mondi – Nuove leve, vecchie polemiche: un bilancio dei Game Awards 2024

Altri Mondi – Nuove leve, vecchie polemiche: un bilancio dei Game Awards 2024

Questa settimana partiamo dai risultati dei Game Awards 2024, gli Oscar del videogiochi. A stravincere è stato Astrobot, piccolo capolavoro di casa Playstation che con i suoi riferimenti alla vecchia scuola di Super Mario ha unito passato e futuro, sorpassando titoli dai budget ben più consistenti. Non solo statuette però: durante la kermesse ci sono stati annunci e trailer, purtroppo ancora una volta causa di polemiche stantie sulle protagonisti femminili di alcuni titoli. Ne parliamo con Fabrizia Malgieri, ricercatrice alla IULM di Milano e giornalista, presente all’evento in quanto giurata. Con Lorenzo Fantoni facciamo invece un tuffo nel passato, con la riedizione dello ZX Spectrum, macchina casalinga che consentiva di divertirsi ma anche di imparare, grazie alla programmazione in Basic. In chiusura, con Mattia Pianezzi, le immagini evocative di Monument Valley 3, puzzle game “escheriano” arrivano al terzo capitolo.

Altri Mondi è la rubrica a cura di Dario Marchetti che ogni settimana su RaiNews24, rainews.it e RaiPlay esplora il multiverso videoludico (e non solo).

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Il telescopio Webb svela una giovane galassia che brilla come “luci di Natale” agli albori del cosmo

Il telescopio Webb svela una giovane galassia che brilla come “luci di Natale” agli albori del cosmo

Il telescopio spaziale James Webb ci regala un’altra immagine stupefacente che racchiude al suo interno una nuova intrigante scoperta: una giovane galassia risalente agli albori dell’Universo e che gli astronomi hanno chiamato Firefly Sparkle perché i suoi scintillanti ammassi di stelle assomigliano a insetti bioluminescenti.

L’importanza di  Firefly Sparkle, scrivono i ricercatori in uno studio pubblicato su Nature il 12 dicembre, sta nel fatto che ha una massa simile a quella che avrebbe potuto avere la nostra Via Lattea nel momento in cui si stava formando.

Il telescopio Webb di NASA/ESA/CSA ha individuato e “pesato” la galassia che risale a quando l’universo aveva intorno al 5% della sua età attuale, circa 600 milioni di anni dopo il Big Bang.

Firefly Sparkle ha una massa pari a circa 10 milioni di stelle delle dimensioni del nostro Sole e ha come vicine altre due galassie relativamente piccole, soprannominate Firefly-Best Friend e Firefly-New Best Friend.

Le altre galassie che Webb ha individuato in questo periodo così precoce della storia dell’Universo sono decisamente più “grosse”. Firefly Sparkle brilla di 10 ammassi stellari, ognuno dei quali è stato esaminato dai ricercatori in modo molto dettagliato.

“Non pensavo che sarebbe stato possibile osservare una galassia che esisteva così presto nell’Universo in così tante componenti distinte”, ha detto Lamiya Mowla del Wellesley College in Massachusetts, una delle firme dello studio, “All’interno di questa minuscola galassia stanno accadendo tantissime cose, tra cui molte fasi diverse di formazione stellare”.

“Adoro questa galassia scintillante con le sue luci natalizie che brillano quando l’Universo aveva appena 600 milioni di anni”, ha dichiarato a BBC l’astronoma Catherine Heymans.

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Batteri specchio, cosa sono e perché 38 scienziati chiedono di fermare la ricerca

Batteri specchio, cosa sono e perché 38 scienziati chiedono di fermare la ricerca

All’allarme lanciato da tempo dagli scienziati sui super-batteri, microrganismi resistenti ai farmaci che già oggi provocano circa un milione di morti l’anno, oggi se ne aggiunge un altro legato a un nuovo rischio, altrettanto inquietante: quello per i batteri specchio. 

L’appello degli scienziati

Nel loro appello, pubblicato sulla rivista Science e supportato da un rapporto tecnico di 300 pagine, gli esperti osservano che simili microrganismi non sono ancora realtà, ma in futuro potrebbero rappresentare una seria minaccia per la salute globale, perché la loro struttura molecolare a specchio potrebbe non essere riconosciuta dalle difese immunitarie di umani e animali.

Cosa sono i batteri specchio

Stavolta, a chiedere di fermare le ricerche sui batteri specchio sono biologi, genetisti, immunologi, esperti di vita sintetica e biosicurezza. Ci sono perfino ricercatori che hanno lavorato per anni sui batteri specchio: il loro obiettivo era infatti utilizzarli come bio-fabbriche per produrre su larga scala farmaci innovativi che, in virtù della loro struttura molecolare speculare, non vengono eliminati velocemente dall’organismo e dunque possono avere un’azione più efficace contro malattie croniche e difficili da trattare. 

“Una potenziale minaccia per la salute globale”

Ora, però, dagli studi emergono nuovi dubbi in merito alla sicurezza di simili microrganismi sintetici perché, se sfuggissero di mano, potrebbero interagire con il resto del mondo in modi imprevedibili e incerti. Le difese immunitarie di esseri umani, animali e piante si basano infatti sul riconoscimento di specifiche forme molecolari presenti nei batteri invasori. Se queste forme fossero speculari, come nei batteri specchio, il riconoscimento sarebbe compromesso e molte difese potrebbero venir meno, lasciando gli organismi vulnerabili alle infezioni.

Inoltre i batteri specchio potrebbero eludere anche i loro predatori naturali, come fagi e protisti: la loro diffusione incontrollata negli ecosistemi finirebbe quindi per esporre esseri umani, animali e piante a un rischio continuo di infezione.

I batteri specchio potrebbero curare le malattie croniche

La ricerca sui batteri specchio mira a sviluppare nuove terapie per malattie croniche e difficili da curare. Finora, gli scienziati hanno creato grandi molecole speculari per studiarle più da vicino. Tuttavia, la realizzazione di un intero organismo specchio va oltre le conoscenze attuali. Un problema centrale è rappresentato dalla sicurezza. Come contenere organismi di questo tipo per evitare disastri ambientali e sanitari? Gli autori del rapporto sono chiari: “A meno che non emergano prove convincenti che la vita “specchio” non rappresenti un pericolo straordinario, crediamo che i batteri specchio non debbano essere creati, nemmeno con misure di biocontenimento ingegnerizzate.” Inoltre, i 38 scienziati chiedono che i finanziatori della ricerca dovrebbero chiarire che non sosterranno tali lavori. 

Come prevenire il rischio

Per prevenire una simile minaccia per la salute globale, gli scienziati chiedono di fermare le ricerche sui batteri specchio e di avviare un dibattito pubblico che coinvolga la comunità scientifica globale, i finanziatori delle ricerche e i decisori politici. Nel 2025 si prevede di organizzare vari eventi, anche all’Istituto Pasteur di Parigi, per esaminare i risultati del documento e discutere le misure che possono essere adottate per prevenire i potenziali rischi.

“Sebbene i batteri specchio siano ancora un concetto teorico e qualcosa che probabilmente non vedremo per qualche decennio, abbiamo qui l’opportunità di considerare e prevenire i rischi prima che si presentino”, afferma Patrick Cai dell’Università di Manchester, tra i firmatari dell’appello nonché esperto nel campo della genomica sintetica e della biosicurezza. “Questi batteri potrebbero potenzialmente eludere le difese immunitarie, resistere ai predatori naturali e sconvolgere gli ecosistemi. Aumentando la consapevolezza ora, speriamo di guidare la ricerca in un modo che dia priorità alla sicurezza per le persone, gli animali e l’ambiente”. 

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La nuova frontiera della “guerra cognitiva” cinese. Intervista ad Alberto Pagani

La nuova frontiera della “guerra cognitiva” cinese. Intervista ad Alberto Pagani

Potrebbe spiegare cos’è la “guerra cognitiva” e in che modo si differenzia dalle forme tradizionali di conflitto?
Non si differenzia, ma è complementare all’attività militare cinetica, da sempre. Il generale prussiano Carl von Clausewitz diceva che nel conflitto i mezzi sono inseparabili dalla volontà, perché la guerra è uno scontro di volontà. Dunque, interferire sulla volontà dell’avversario costituisce una chiave fondamentale per il successo. La guerra cognitiva è l’uso dell’inganno per condizionare la volontà del nemico. Oggi la chiamiamo “guerra ibrida”, perché è come se venissero incrociate specie o razze diverse per ottenerne una nuova, ma in realtà l’idea di manipolare in guerra la volontà del nemico è vecchia quanto la guerra stessa. Omero narra di come gli Achei costruirono un cavallo di legno per ingannare le difese dei Troiani ed entrare nella loro città fortificata. Allo stesso modo gli Alleati vinsero la Seconda Guerra Mondiale grazie agli inganni dell’operazione “fortitude”, con cui depistarono Hitler, facendogli credere che lo sbarco in Europa avrebbe avuto luogo in Norvegia e sul passo di Calais, in Francia, anziché sulle spiagge della Normandia, dove avvenne realmente.

La vittoria nella Seconda Guerra è stata conquistata con la guerra cognitiva?
Non solo, perché poi sono morti sul campo milioni di soldati, ma le operazioni di depistaggio furono determinanti per il successo degli Alleati, che misero in scena un teatro straordinario di false notizie e dissimulazioni su larga scala. Per ingannare il servizio segreto tedesco i media britannici trasmettevano falsi risultati di calcio e annunci di nozze da parte di truppe dell’inesistente 4° armata britannica, simularono la presenza di armate fittizie, con tanto hangar di aeroplani di legno e carri armati gonfiabili, predisposti per le foto degli aerei spia tedeschi sulle coste meridionali britanniche, gli aerei della RAF lanciarono paracadutisti fantoccio a est ed a ovest della Normandia e l’agente doppio Joan Pujol Garcìa, nome in codice Garbo, trasmise i dettagli del piano d’invasione alleato, facendo credere ai tedeschi che l’invasione in Normandia fosse solo un diversivo. Ingannarono persino i partigiani della resistenza francese, con false informazioni, che gli stessi rivelarono ai tedeschi sotto tortura, quando vennero catturati. Lo sbarco, e quindi la liberazione dell’Europa dal nazismo, riuscì perché i tedeschi credettero nell’inganno.

Quali sono gli obiettivi principali della Cina nella conduzione della guerra cognitiva? 
“L’inganno è il Tao della guerra”, scrisse ben 2.500 anni fa il generale cinese Sun Tzu nel celebre trattato “sull’Arte della Guerra”. Il pensiero strategico cinese si basa da sempre sull’astuzia e sull’uso dell’inganno perché, secondo Sun Tzu, “il meglio del meglio non è vincere cento battaglie su cento, ma sottomettere il nemico senza combattere”. “I 36 stratagemmi” è un antico trattato di strategia militare cinese, che risale presumibilmente alla Dinastia Ming, e che descrive tutta una serie di astuzie da utilizzare in guerra, in politica e nella vita sociale. Il numero 36 non è casuale, perché è sei volte sei. Nell’I Ching, l’oracolo cinese che probabilmente è il libro più antico dell’umanità, il 6 è il numero dello Yin, associato all’oscurità. Gli stratagemmi per ingannare il nemico sono i metodi oscuri della strategia militare. Nel 1996 due colonelli dell’aeronautica militare cinese, Qiao Liang e Wang Xiangsui, pubblicarono un trattato militare sull’arte della guerra asimmetrica, tra terrorismo e globalizzazione, che intitolarono “Guerra senza limiti”, e che ridefinisce in chiave contemporanea questa antichissima tradizione culturale. 

In che cosa si differenziano la guerra cognitiva cinese e quella russa?
La guerra cognitiva cinese non si differenzia da quella russa nel metodo, nella tattica e nella tecnica, ma nelle fondamenta culturali su cui poggia. Dal punto di vista pratico le operazioni psicologiche russe forse son un po’ più dirette ed aggressive di quelle cinesi, ma nella sostanza non vedo grandi differenze operative. La differenza principale sta nel pensiero strategico alla base della guerra cognitiva, perché quello Russo è più europeo che asiatico, e quindi più lineare, euclideo, come il gioco degli scacchi, mentre quello orientale è circolare, aggira gli ostacoli e riempie gli spazi vuoti come l’acqua, si basa sull’accerchiamento, come il gioco strategico da tavolo WeiQi, che è vecchio quanto l’Arte della guerra di Sun Tzu.

Quali sono le strategie e le tecnologie principali utilizzate dalla Cina nella guerra cognitiva?
Pensare al WeiQi aiuta a comprendere proprio questo aspetto, perché si tratta di un gioco complesso e sfiancante, tanto che, ad oggi, nessun sistema computerizzato è in grado di giocarlo in modo soddisfacente, a differenza degli scacchi. La finalità strategica di questi ultimi è l’annientamento dell’esercito avversario e la conquista del campo centrale, determinato dalla paralisi del re nella mossa dello “scacco matto”, con una dinamica medioevale che evoca soldati, alfieri, cavalieri, torri, regine e re. È una rappresentazione vestfaliana di eserciti e di stati che reclamano il loro spazio territoriale, per cui la vittoria dev’essere totale, come la sconfitta. Nel Wei-Qi si tende invece a minimizzare strategicamente le mosse, e non si punta all’annientamento o alla conquista esibita, ma all’accerchiamento dell’avversario. Il goban è una tavola da gioco a griglia, articolata in 19 linee orizzontali e verticali, che può sembrare una scacchiera, ma offre molte più possibilità di movimento; la vittoria finale non è determinata dalla capitolazione dell’avversario, ma dalla colonizzazione dello spazio complessivo, calcolandone il punteggio, senza necessariamente puntare alla consunzione totale dello sfidante. Rappresenta bene il pensiero strategico cinese, perché persegue il potere adottando tattiche meno assolute e più sfumate rispetto agli scacchi, più lunghe nella durata ed ambigue negli esiti. 

Quali sono i principali obiettivi della guerra cognitiva cinese?
L’obiettivo è sempre il potere politico, ma invece di colpirlo direttamente può essere più efficace aggirarlo ed attaccarlo indirettamente, colpendo l’opinione pubblica, da cui il potere politico dipende, nelle democrazie occidentali. In Occidente se l’opinione pubblica si convince di qualcosa, la classe politica ne deve tenere necessariamente conto. Dal punto di vista cinese la democrazia liberale è il punto debole dell’Occidente, perché la sovranità appartiene al popolo, come recita la nostra Costituzione, ed il popolo è incapace di pensieri strategici di grande respiro. La sovranità popolare, che per noi è la forza della democrazia, di cui siamo orgogliosi, per i cinesi è la nostra debolezza. Il fatto che il potere politico non sia controllato da una ristretta élite, esclusiva e ben selezionata, secondo il loro punto di vista, costringe la politica nel recinto della convenienza di breve periodo, rendendola incapace di visione e di prospettive di lungo termine, che richiedono la capacità di programmare obiettivi lontani e differiti nel tempo. 

E come manipolano l’opinione pubblica per condizionare il potere politico democratico?
In due modi: con i contenuti che formano opinioni e con quelli che disgregano e basta. Paradossalmente il successo massimo della guerra cognitiva non è modificare il pensiero del nemico, ma distruggerlo. Per comprendere questa strategia basta guardare alla differenza tra i contenuti veicolati da TikTok in Occidente e quelli veicolati in Cina. Il social network cinese, che è controllato direttamente dalla società ByteDance, e indirettamente dall’Esercito di liberazione popolare, quindi dal Partito Comunista e dal governo cinese, non funziona come nelle altre parti del mondo. Perché? È ovvio, perché il Partito Comunista non vuole che il popolo cinese sia sottoposto agli stessi stimoli neuronali che hanno pensato per noi occidentali. In Cina l’algoritmo non premia persone che fanno stupidi balletti o giocano con il cane, ma tende a diffondere i contenuti che le autorità cinesi vogliono che i cittadini, specialmente i più giovani, osservino. Il ruolo di TikTok in Cina è formare la coscienza delle giovani generazioni, gli utenti cinesi sono spinti a pensare che studiare ingegneria sia cool, mentre la versione occidentale di TikTok contribuisce ad abbassare il livello culturale degli utenti, viralizzando contenuti ipnotici di pochi secondi, senza alcun valore sociale, utili solamente a rimbecillire chi li guarda di continuo. 

Quindi la tattica della guerra cognitiva si basa sulla manipolazione dell’opinione pubblica per mezzo dei social network?
In realtà si tratta più che altro di una specie di acceleratore, o di catalizzatore, che sviluppa il lato peggiore di noi. In Oriente il nostro individualismo e il nostro liberalismo sono visti come forme di narcisismo egoista, generatori di vizi, contrari alla coesione sociale. Il confucianesimo imprigiona l’azione dell’uomo all’interno della società, proprio per addomesticare le sue passioni, e correggerne i naturali difetti. Senza la guida ferma dello Stato sulla società, secondo i cinesi prevarrebbe l’egoismo individualistico ed il popolo non avrebbe progetti collettivi, perché ciascuno guarderebbe solamente al proprio interesse immediato. Il popolo, secondo questa visione oligarchica, non ha le conoscenze e le competenze necessarie all’arte del governo, in una prospettiva di lungo periodo. La primazia del potere burocratico risale ai tempi della Cina imperiale, quando il mongolo Kublai Khan, il nipote di Gengis Khan che unificò la Cina, fu messo a sedere sul trono imperiale, come racconta Marco Polo, ma non poteva governare realmente l’impero, perché il potere reale restava nelle mani dei mandarini, che conoscevano e padroneggiavano la complessa macchina burocratica imperiale. 

Questo è vero anche nella Cina contemporanea, che si definisce una Repubblica Popolare?
Certo! Dopo la Lunga Marcia e la rivoluzione maoista la Cina ha sostituito l’imperatore con il Partito Comunista, ma l’architettura e la grammatica del potere imperiale sono rimaste più e meno le stesse. Nella logica imperialista la guerra cognitiva è un’arma fondamentale per sedurre, indebolire e rendere subalterno e tributario chiunque stia attorno al Celeste Impero. È un mix di soft e sharp power, che attira e sottomette chi viene conquistato dal sistema economico governato da Pechino, con la promessa di grandi opportunità future. Non serve occupare con i carri armati un territorio per conquistarlo, basta accerchiarlo economicamente e convincerlo che è nel suo interesse sottomettersi: questo è il punto di forza della strategia cinese, che integra infowarfare, cyberwarfare e guerra economica in una visione olistica, totale, senza limiti. 

Quali sono i rischi e le implicazioni della guerra cognitiva cinese per le democrazie occidentali?
La situazione a me pare molto chiara: la guerra psicologica è finalizzata ad indebolire l’Occidente e conquistare spazio nella competizione geopolitica globale, scalzando la potenza dominante, che oggi sono gli Stati Uniti d’America. Dobbiamo ammettere che si tratta di un’ambizione legittima, per una grande potenza economica che rappresenta un miliardo e duecento milioni di persone, anche se a noi non piace, perché confligge con i nostri interessi, e quindi dobbiamo difenderci. Numericamente i cinesi sono più degli Europei e Nordamericani messi insieme, ma sanno che per aumentare il loro peso politico nel nuovo Ordine Mondiale hanno bisogno di molti alleati subalterni. Come nel gioco WeiQi, la Cina occupa gli spazi vuoti e costruisce una strategia di accerchiamento, investe per produrre convenienze e dipendenze di Paesi più poveri, costruisce infrastrutture in Asia, in Africa e in America Latina e manipola l’opinione pubblica con la guerra psicologica. Questa è la minaccia, i rischi dipendono dalle misure che vengono adottate per limitarla. Se non si comprende la minaccia, o non si fa nulla per limitarla, i rischi sono molto elevati. Se invece la si affronta con lucidità e consapevolezza, credo che il rischio di cadere nella trappola non sia molto alto. 

Tra gli studiosi di strategia e d’intelligence si parla di un “salto di qualità” della guerra cognitiva, cinese: la guerra cognitiva algoritmica. Cos’è?
È l’introduzione nella guerra cognitiva di tecnologie nuove: del supercalcolo e degli algoritmi analitici di nuova generazione per analizzare i big data, dell’intelligenza artificiale generativa per produrre contenuti in modo mirato e massivo. Si tratta di un cambiamento dirompente: più che un salto di qualità, direi che è una nuova frontiera, che affida alle macchine il compito di produrre disinformazione in maniera più efficace e potente che mai. Oggi è possibile generare automaticamente contenuti digitali falsi, ma verosimili e convincenti, introdurli in rete a sciami, ed indirizzarli in modo mirato su target analizzati sulla base dei loro dati. I feedback sui like e le condivisioni dei contenuti postati insegnano all’AI come migliorare quelli che produce, migliorando il potere di convinzione delle macchine. Nel cyberspazio, che è un mondo dominato dagli algoritmi, il contenuto più convincente vince. 

Come sfrutta la Cina i social media e le piattaforme online per diffondere propaganda e disinformazione?
In Romania le elezioni sono state annullate dalla Corte Costituzionale perché, secondo i documenti dei servizi segreti, a sostegno del candidato sovranista filorusso Georgescu ci sarebbe stato un “attore statale”, cioè la Russia, che avrebbe condizionato le elezioni con brogli ed irregolarità. I documenti declassificati rivelano una vasta operazione d’influenza elettorale orchestrata attraverso i social media, in particolare da TikTok. L’alleanza tra Russia e Cina si concretizza in questo, i dati raccolti da milioni di account permettono di profilare gli utenti e d’indirizzare contenuti manipolativi personalizzati. Non si tratta di qualcosa che si potrebbe fare in teoria, ma della guerra cognitiva che avviene nella realtà. Prima ce ne rendiamo conto e meglio possiamo proteggerci, perché molto presto anche noi dovremo fare i conti con questa nuova arma. Non esiste, nella storia dell’umanità, un’arma che sia stata inventata e non sia stata impiegata. Non vedo la ragione per cui non dovrebbe accadere anche questa volta.

In Italia quanto siamo consapevoli, a livello di opinione pubblica, di questa guerra ibrida? Quali potrebbero essere le contromisure?
Non so rispondere, ma temo che lo siamo pochissimo. Gli unici che non sanno proprio nulla dell’acqua sono i pesci, che vi sono immersi. Noi siamo immersi nella società della disinformazione, ed ogni giorno siamo bersagliati da stimoli emotivi ingannevoli, per produrre in noi sentimenti di sfiducia, di rabbia, di rancore sociale, di odio. Senza dubbio questi sentimenti sono in aumento, e la disinformazione ne è una causa. Ma non ce ne rendiamo conto. Mark Twain diceva che è più facile ingannare la gente che convincerla che è stata ingannata. La manipolazione funziona bene quando la vittima che viene manipolata non crede di esserlo, ma pensa di aver maturato autonomamente e liberamente le proprie idee e convinzioni. Rendere consapevoli le persone del fatto che ci sono paesi stranieri che investono tante risorse per condizionare quello che pensiamo, rendere quindi palese e manifesta la minaccia, significa ridurre il rischio. Per questo la mia opinione è che l’educazione sia la miglior contromisura. Insegnare alle persone come funzionano le cose, come possiamo essere facilmente manipolati e portati a credere ciò che serve ad altri, produce già degli anticorpi.

*Professore a contratto all’Università di Bologna dal 2022, svolge le sue ricerche nell’ambito degli studi strategici relativi alla sicurezza nazionale. Gli interessi di ricerca sono rivolti in particolare alle metodologie e tecniche di intelligence, alla prevenzione ed al contrasto del terrorismo, alle Psy Ops nell’ambito della guerra dell’informazione ed alla sicurezza nel dominio cyber. 

Formazione

Laureato in scienze politiche presso l’Università di Bologna 110/110, ha conseguito poi il titolo al Corso IASD (alta formazione e professionalizzazione della dirigenza militare e civile della Difesa e del Corpo della Guardia di Finanza, di Ufficiali di Paesi Alleati), presso il Centro di Alti Studi della Difesa; Corso Civilian Aspects of Crisis Management , certificato presso l’European Security and Defence College; il Master II livello in Strategia globale e sicurezza, Suiss Torino (SUISS – Struttura Didattica Speciale interdipartimentale in Scienze strategiche – Scuola di Applicazione d’Esercito italiano – università di Torino), 110/110 e lode; il Corso di perfezionamento in intelligence e sicurezza nazionale, CSSII, Università di Firenze.

Attività didattica

Dal 2006 al 2015 ha svolto con continuità attività di docenza come titolare di vari insegnamenti presso la facoltà di sociologia, dipartimento di scienze della comunicazione, studi umanistici e internazionali: storia, cultura, lingua, letterature, arti, media, Università Carlo Bo di Urbino.

2015- 2022 ha tenuto lezioni in materia di intelligence e sicurezza nazionale presso, UNICAL, Link Campus University, SIOI, Lumsa, Unifi, Scuala Analisti di intelligence delle FF.AA).

Premi e riconoscimenti

2021 – Premio letterario Francesco Cossiga, per il manuale di intelligence, nell’ambito del convegno promossa da Federsicurezza “Il disordine internazionale a 20 anni dall’11 settembre”. I edizione, Sorrento

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Lo spettacolo notturno: pioggia di meteore “Geminidi” illumina i cieli dell’Irlanda del Nord

Lo spettacolo notturno: pioggia di meteore “Geminidi” illumina i cieli dell’Irlanda del Nord

Una “telecamera oculare” installata nella regione di Ballymaconnell a Bangor, Irlanda del Nord, ha mostrato meteore che attraversavano il cielo notturno come parte della stagione delle piogge di meteore Geminidi.

Le Geminidi, note per le loro “meteore lente”, si verificano ogni anno a dicembre e in genere raggiungono il picco tra il 4 e il 16 dicembre. La pioggia ha raggiunto la sua massima intensità nel fine settimana del 14 dicembre, secondo il Royal Observatory Greenwich.

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