La Nasa ha confermato che l’oggetto metallico che si è schiantato su una casa in Florida il mese scorso era un frammento proveniente dalla Stazione spaziale internazionale (Iss).
Dopo aver analizzato il campione al Kennedy Space Center, l’agenzia spaziale americana lunedì ha dichiarato che è stato lanciato dalla Iss nel marzo del 2021 e avrebbe dovuto disintegrarsi completamente al rientro in atmosfera.
Invece, il pezzo di spazzatura spaziale si è schiantato su una casa di Naples in Florida l’8 marzo scorso sfondando il tetto e lacerando il pavimento, come ha documentato sulla piattaforma X il proprietario, Alejandro Otero, che ha raccontato lo spavento: “C’è stato un rumore tremendo. E ha quasi colpito mio figlio. Era due stanze più in là e ha sentito tutto. Ero scosso, completamente incredulo. Quante possibilità c’erano che qualcosa… che qualcosa atterrasse sulla mia casa”.
La NASA ha detto che l’oggetto cilindrico di circa 700 grammi era parte di un supporto utilizzato per montare batterie vecchie su un pallet da carico per lo smaltimento, che poi è stato espulso.
Si chiama Cebra il nuovo algoritmo che apre la strada a futuristiche interfacce cervello-macchina capaci di ricostruire dettagliatamente ciò che una persona sta guardando semplicemente sulla base dei segnali elettrici rilevati nel suo cervello. I primi esperimenti, condotti al Politecnico di Losanna, hanno permesso di ricostruire quali sequenze di un film in bianco e nero stesse guardando un topo, riproducendole in maniera quasi del tutto simile all’originale. I risultati sono pubblicati sulla rivista Nature.
Utilizzando i segnali prodotti dalla corteccia visiva dei topi, l’algoritmo Cebra ha permesso di addestrare un modello di apprendimento profondo (deep learning) che decodifica ciò che l’animale sta guardando. Se dieci anni fa era possibile decodificare forme molto semplici, ora diventa possibile decodificare intere sequenze di film partendo dai segnali sparati dai neuroni in risposta a specifiche proprietà del video (come gli oggetti rappresentati, i colori e perfino le emozioni che suscita). Lo studio dimostra inoltre che Cebra può essere usato per prevedere i movimenti di un arto nei primati e per ricostruire la posizione di un ratto che si muove liberamente in una piccola arena.
“L’obiettivo di Cebra è scoprire la struttura nei sistemi complessi e, dato che il cervello è la struttura più compless adel nostro universo, è lo spazio di prova migliore”, afferma la neuroscienziata Mackenzie Mathis che ha coordinato lo studio.
“Può anche darci un’idea di come il cervello elabora le informazioni e potrebbe diventare una piattaforma per scoprire nuovi principi nelle neuroscienze combinando dati tra diversi animali e persino specie. Questo algoritmo non è limitato alla ricerca neuroscientifica, in quanto può essere applicato a molti set di dati che coinvolgono informazioni temporali o combinate, inclusi dati sul comportamento animale e sull’espressione genica. Pertanto, le potenziali applicazioni cliniche sono entusiasmanti”.
Al termine della terza passeggiata spaziale dell’Expedition 69, dedicata allo spostamento dell’experiment airlock dal modulo Rassvet al modulo laboratorio multiuso Nauka della Stazione Spaziale Internazionale, i cosmonauti russi Prokopyev e Petelin hanno rilasciato un sacchetto contenente oggetti e strumenti non più necessari, insieme ad alcuni altri elementi scartati dalle precedenti spacewalk. Il sacco, dal peso di circa 5 chilogrammi, fluttuerà dietro la stazione orbitante per qualche tempo prima di disintegrarsi senza conseguenze al rientro in atmosfera.
Grazie ai dati forniti dal telescopio Gemini South, gli astronomi hanno individuato i segni di quello che sembra essere un gigante gassoso delle dimensioni di Giove o più grande mentre viene inghiottito dalla sua stella.
Simile al Sole ma vicina alla fine della sua evoluzione, la stella si è gonfiata fino a diventare così grande da inglobare il pianeta.
Secondo gli scienziati si tratta di un’anteprima di ciò che accadrà alla Terra quando il Sole si trasformerà in una gigante rossa.
La buona notizia è che non accadrà prima di 5 miliardi di anni.
Grazie alla potenza del Gemini South Adaptive Optics Imager (GSAOI) installato su Gemini South, uno dei due telescopi dell’osservatorio Internazionale gestito dal NOIRLab della National Science Foundation statunitense (NSF), gli astronomi hanno potuto osservare la prima prova diretta di una stella morente che si espande fino a inghiottire uno dei suoi pianeti.
La prova di questo evento è stata rilevata in un’esplosione “lunga e a bassa energia” proveniente da una stella della Via Lattea a circa 13.000 anni luce dalla Terra.
Secondo lo studio pubblicato sulla rivista Nature, mentre in passato si sono registrati i segnali delle conseguenze di fenomeni simili, gli astronomi non avevano mai colto in flagrante una stella nell’atto di divorare un pianeta.
Questo “pasto” galattico è avvenuto tra 10.000 e 15.000 anni fa vicino alla costellazione dell’Aquila, e in quel “momento” la stella aveva circa 10 miliardi di anni.
Alla fine, quando il gigante gassoso si è inabissato nella stella, c’è stata una fiammata, una repentina esplosione di luce calda, seguita da un flusso di polvere che ha brillato a lungo nell’infrarosso, hanno spiegato i ricercatori.
Per gli scienziati è un’inquietante ma plausibile anteprima di ciò che accadrà alla Terra quando il Sole si trasformerà in una gigante rossa e inghiottirà il nostro pianeta insieme agli altri con orbita più interna: “Se può essere di consolazione, questo accadrà tra circa 5 miliardi di anni”, ha detto uno degli autori dello studio, Morgan MacLeod dell’Harvard-Smithsonian Center for Astrophysics.
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