Arriva per La nave di Teseo «Il giardino e la Luna», il viaggio dello storico dell’arte Marco Goldin dal romanticismo fino all’impressionismo
«Ho sempre amato la natura da bambino, prestissimo. Per questo mi piace raccontarla e scriverne. Per questo, ancor di più, amo la pittura che la descrive, la fa vibrare in un canto silenzioso. Qualcosa che fa pensare al per sempre».
Per raccontare la storia dell’arte, Marco Goldin, il critico curatore che dal 1984 ha fatto diventare realtà oltre 400 esposizioni (la più recente Van Gogh. I colori della vita, al centro San Gaetano di Padova, ottobre 2020-giugno 2021), ancora una volta intreccia la passione per gli artisti e le loro opere con la sua storia personale, in qualche modo con il suo privato. «La pittura di natura — scrive ancora nell’introduzione al suo nuovo libro Il giardino e la luna in uscita per la nave di Teseo il 21 ottobre — mi è venuta addosso. Come un canto, come qualcosa che scorre e dà la vita». Qualcosa, stavolta, di particolarmente dirompente visto che «L’Ottocento è il secolo della natura».
Della Natura (sua e degli artisti) Marco Goldin scrive ancora una volta rovesciando molti luoghi comuni, a cominciare dalla scelta di pittori non particolarmente conosciuti come Balke, Durand o Buttura, non solo maestri. Sin dall’inizio, sin dalle citazioni di Virginia Wool, Maurice Merleau-Ponty, Eduardo Galeano intreccia pittura, scrittura e poesia: in appendice, tre capitoli dedicati ad altrettanti poeti (T. S. Eliot, Attilio Bertolucci, Goffredo Parise) che sono stati fondamentali nella formazione sentimentale dello scrivere di pittura di Goldin. A loro riserva alcune decine di pagine incentrate soprattutto sul rapporto tra uomo e natura, quello stesso da cui muovono i suoi due testi poetici e che il critico pone, con il titolo Luce del principio, all’inizio del libro.
Continuando così la sua ricognizione critica e storica sull’arte internazionale del XIX secolo, Goldin si concentra sull’Ottocento d’Europa e d’America, alla ricerca di paralleli inaspettati, tracciando una sorta di nuova geografia d’autore. Monet, Sohlberg, Moran, Peterssen, Church, Babbitt, Kensett, Remington, Moran, Bazille, Constable, Ciardi: Goldin dà voce agli artisti più noti, ma sa anche riservare la propria attenzione a personaggi molto meno frequentati (e visti), ugualmente affascinanti.
Di questo viaggio la Francia resta certamente il centro di gravità permanente, nonché il cuore dell’intera arte ottocentesca. E alla Francia tocca il compito di chiudere il viaggio (e il libro) di Goldin con sei capitoli dedicati all’impressionismo e ai grandi pittori che ne hanno decretato il successo, da Monet a Renoir, da Cézanne a Degas a Manet.
Goldin preferisce però partire dalla straordinaria stagione romantica, tra Germania e Inghilterra, da Friedrich a Turner a Constable. L’America è una tappa fondamentale nel viaggio di Goldin: l’America dei pittori della Hudson River School (Thomas Cole, Edwin Church) e dell’impressionismo a stelle e strisce di Winslow Homer. Mentre sorprendente appare l’incantato realismo in Scandinavia (una vera scoperta al di la del già celebrato Vilhelm Hammershøi, protagonista nel 2019 di una bella monografica al Musée Jacquemart-André di Parigi). Così come sorprende, al centro dell’Europa, la natura riletta da Nicolae Grigorescu e Sandor Brodskye. Una natura che, ancora una volta, è prima di tutto specchio dell’anima.
17 ottobre 2021 (modifica il 17 ottobre 2021 | 09:28)
Lo scrittore si aggiudica l’ottava edizione con «Cronorifugio» (Voland). La premiazione al Circolo dei lettori di Torino. Borges, ma anche la nonna, nel suo pantheon di autori
«Borges, Brodskij, Andersen e… mia nonna». È il pantheon degli autori di Georgi Gospodinov, lo scrittore bulgaro che ieri a Torino, al Circolo dei lettori, è stato proclamato vincitore della 8ª edizione del Premio Strega europeo con Cronorifugio (Voland; 10 su 22 voti della giuria). Non a caso, conversando a margine con il «Corriere», l’autore cita proprio i racconti della nonna (baba in bulgaro). La sua idea è che «contro la crisi di senso che stiamo attraversando, non solo in Europa ma in generale come esseri umani», una delle possibili soluzioni sia «tornare a scaldare i cuori con le storie, le storie di tutti, non solo dei grandi scrittori». Narrare, spiega, «crea empatia e memoria. Difficilmente se qualcuno ha pianto per La piccola fiammiferaia sarà in grado di commettere un crimine. Una società che non racconta più storie è come se soffrisse di un grave Alzheimer sociale».
Cronorifugio è ambientato proprio in un’Europa contemporanea che sta perdendo la memoria, in cui gli Stati iniziano a desiderare il passato, fino a indire un referendum con cui ciascun Paese può tornare al Novecento e scegliere in quale decennio collocarsi. «Mentre scrivevo — ricostruisce l’autore — credevo che Cronorifugio fosse un romanzo distopico, invece via via è diventato realistico: c’è stata un’accelerazione da parte dei leader populisti nel riproporci le ideologie del passato».
Gospodinov, a proposito dell’Est Europa, non ama le classificazioni, però ammette: «Noi narratori dell’Europa orientale abbiamo sulle spalle uno zaino di storie che non sono state ancora raccontate». Lui, testimonia, che ha viaggiato nel continente solo dopo il 1989, lo ha vissuto sempre pensando al desiderio dei nonni e dei genitori che non avevano potuto farlo: «Dobbiamo recuperare quel sogno, reinventare il mito europeo. Per me ha un valore soprattutto morale, si collega alla libertà». In che modo? «Oltre a raccontare, ricordare che i nostri figli ci guardano. Ciò che ci unisce sono loro, naturali o ideali che siano, il loro futuro. E questo pensiero può guidarci su tutto: migrazioni, ambiente, rigurgiti d’odio». Lo hanno sconvolto il muro tra Bulgaria e Turchia e altri al confine dell’Europa: «Il virus del nazionalismo è contagioso. Ecco perché, lo ribadisco, servono le storie: a lottare contro le risposte facili, la crisi di senso ridotto, condensato, strumentalizzato. Specie nell’era dei nuovi media, così veloci, spesso luogo di aggressività, le narrazioni, i romanzi, danno spazio alla riflessione».
Gospodinov era finalista con Ana Blandiana (Applausi nel cassetto, Elliot), Aixa de la Cruz (Transito, Perrone), Hervé Le Tellier (L’anomalia, La nave di Teseo), Anne Weber (Annette, un poema eroico, Mondadori): tutti presenti in questi giorni al Salone; tutti presenti ieri al Circolo tranne Le Tellier per motivi di salute (sul palco è salito il presidente della sua casa editrice Mario Andreose). Gioioso il clima per il ritorno in presenza. «La cultura dà la spinta per fare l’impossibile» ha detto Giovanni Solimine, presidente della Fondazione Bellonci che, insieme con l’azienda Strega Alberti Benevento e il Sistema delle Biblioteche e dei centri culturali di Roma promuove lo Strega europeo. Anche nella pandemia, ha aggiunto il direttore della Fondazione Stefano Petrocchi, «i libri sono stati un modo per accorciare le distanze».
Al Circolo sono stati premiati anche Giuseppe Dell’Agata, traduttore di Gospodinov; Judith Schalansky, vincitrice del 2020 con Inventario di alcune cose perdute (nottetempo) e la traduttrice Flavia Pantanella, visto che l’edizione scorsa si era svolta a porte chiuse. La targa a Dell’Agata e Pantanella è stata consegnata da Eugenio Tangerini di Bper Banca, che offre il premio alla traduzione, «strumento fondamentale di dialogo e di conoscenza».
17 ottobre 2021 (modifica il 18 ottobre 2021 | 11:17)
È opinione diffusa che i gatti siano creature notturne, ma non è del tutto esatto: sono piuttosto animali crepuscolari. È infatti soprattutto al tramonto (e all’avvicinarsi dell’alba) che entrano in attività dopo molte ore di riposo, proprio come il gatto selvatico africano da cui discende. Gran parte dei predatori, del resto, si comporta così, perché la semioscurità concede un vantaggio tattico non indifferente: ci si può nascondere meglio senza per questo rinunciare a una visione efficace. Gli occhi dei gatti – come di tutti i felini – sono infatti capaci di moltiplicare la poca luce esistente: ma un po’ di luce dev’esserci, e il crepuscolo è dunque il momento perfetto. Naturalmente non tutti si comportano allo stesso modo, e i millenni di domesticazione hanno parzialmente modificato il comportamento dei felini domestici.
Fra i nostri mici, Jefferson è senz’altro il più vicino al modello comportamentale originario: durante la giornata resta quasi sempre in casa, a volte sui divani a volte nascosto in una cantinetta ormai divenuta la sua tana d’elezione; ma al calar della sera esce in giardino – sempre con quel suo passo furtivo, come se ogni volta fosse impegnato in una missione impossibile – e compie le sue scorribande. È un ottimo cacciatore, e per non so quale motivo ha una predilezione per i pipistrelli, che spesso riesce a catturare con indubbia abilità aerea. La notte rientra sempre in casa, dove dorme sereno: ma non escludo che si faccia un giretto anche all’alba, sebbene in quegli orari raramente io sia presente a controllare. Sergio — invece — ha gli orari di un impiegato: la mattina esce per le sue esplorazioni e fa rapidamente perdere le sue tracce. Qualche volta l’ho incontrato molto distante da casa, ma più spesso mi rimane invisibile per tutta la giornata. A sera però – di solito un’oretta dopo il tramonto, con sconcertante puntualità – torna tutto allegro e si annuncia con un prolungato miagolio, che cessa soltanto quando lo chiamo a voce alta e gli faccio un po’ di coccole. La notte di solito resta in casa, come del resto fa anche Otto: lui però ha un’altra routine quotidiana tutta sua, strettamente legata alla mia: come ho già raccontato, ci sono tratti del suo comportamento che somigliano in modo impressionante a quelli di un cane: a cominciare dal fatto che tende a seguirmi quasi ovunque o a sistemarsi accanto a me quando lavoro o leggo. L’ho anche visto spesso esplorare il giardino da solo, verso sera, ma mai cacciare.
Lola è invece a tutti gli effetti un gatto diurno: mi è capitato più volte di incontrarla o scorgerla da lontano nel campo del vicino, in mezzo alle zolle o appollaiata su un ulivo, a passeggio nell’erba alta o seminascosta all’ombra di una siepe. È una gatta molto indipendente e sicura di sé: diversamente da Sergio o da Otto, è raro che richieda coccole e carezze, se non una volta ogni settimana o due. Ma quando lo fa, è estremamente esigente e non mi lascia finché non è pienamente soddisfatta. La più selvatica di casa è Laura, cacciatrice instancabile a tutte le ore del giorno e poco disposta al contatto fisico – tranne naturalmente quando è lei a volerlo: allora diventa incredibilmente appiccicosa, mi si spalma addosso e comincia a fare rumorosamente le fusa; dopodiché riprende la sua vita indipendente, e guai a provare ad avvicinarsi. Non l’ho quasi mai vista in casa di notte, e immagino che abbia un suo nascondiglio da qualche parte. Ma una mattina in cui ho dovuto alzarmi molto presto l’ho incontrata sotto il portico mentre correva veloce con un topolino in bocca.
23 ottobre 2021 (modifica il 23 ottobre 2021 | 13:31)
La potente imprenditrice Caroline Winnet è responsabile dell’acceleratore di start-up SkyDeck di Berkeley: “Per avere successo devi creare qualcosa che ancora non esiste”
Digitando il suo nome su Google, dopo le prime tre solite voci (LinkedIn, Twitter e Wikipedia) compare il sito wonderwomentech.com. Inevitabile, perché l’imprenditrice americana Caroline Winnet, 60 anni, è a tutti gli effetti una wonder lady: fondatrice di un unicorno, responsabile dell’acceleratore di startup di Berkeley, violinista professionista e mamma di tre ragazzi che si tiene in forma con le massacranti gare dell’Iron female (corsa, ciclismo e nuoto). Ma a sentir lei è proprio grazie alla capacità di rispettare regole tanto dure che è diventata una delle persone più potenti nel mondo delle startup. “Sono stata violinista professionista per tre anni. Mi piaceva molto ma una parte del mio cervello era attratta dal problem fixing, dal service, dalla voglia di fare attività imaginative, così ho provato a prendere un Mba in company trading a Barkeley. Quando sono stata ammessa, ho chiesto come mai mi avessero scelta visto che non avevo alcuna esperienza. Risposta: “Se riesci a gaze dietro a regole tanto exact come quelle del violino, puoi imparare anche le regole del mondo del company””. Regole, ma anche disciplina e concentrazione … “Assolutamente sì. Per diventare violinista, dovevo esercitarmi e studiare ogni giorno. Se salti una volta, ti accorgi subito che qualcosa non funziona come dovrebbe. E ti insegna advertisement avere la massima concentrazione per non commettere errori. Qualità fondamentali anche nel service”. Fondamentali per creare la start-up di neuromarketing Neurofocus? Un unicorno venduto a Nielsen … “Neurofocus non è stata una mia idea, ma del mio primo marito e co-founder. All’inizio mi age sembrata anche folle l’ipotesi di mettere sensori sul cervello delle persone per misurarne le risposte rispetto ad alcuni prodotti e consegnarle ai brand name. Poi ho iniziato a rifletterci e alla great mi sono convinta. Dal lancio nel 2006 all’acquisizione da parte di Nielsen sono passati solo cinque anni”. Come arriva a dirigere SkyDeck a Berkeley? “Dopo aver venduto Neurofocus, sono diventata un angel investor, facevo consulenza e avevo voglia di aiutare le startup a crescere. A Berkeley c’age già l’incubatore di SkyDeck dal 2012 e nel 2014 mi hanno chiesto di assumere l’incarico di direttore esecutivo”. Quali sono i passi fondamentali per dar vita a una start-up di successo? “Il pace e la fortuna. Devi avere la capacità di scegliere il timing giusto per presentare il tuo progetto, così da attirare l’attenzione di un investor. Inoltre, la tua idea deve essere la soluzione facile a un problema. Devi avere voglia di creare qualcosa che ancora non esiste e convincere le persone a entrare nel tuo sogno. Un creator deve passare giornate intere a vendere la sua visione a un investitore, a un cliente e anche ai suoi impiegati”.
Essere donna in un settore simile l’ha mai fatta sentire in difficoltà? “Sì, sempre. Il mondo del organization, ma soprattutto il campo tecnologico, è dominato dagli uomini. Nell’healthcare o biotech, si trovano un po’ più di donne. Dobbiamo lottare contro questi pregiudizi ed è davvero difficile. Quello che ho fatto è stato lavorare un po’ più duramente dei colleghi maschi, ho cercato di essere più intelligente di loro. Eppure non basta. Pace fa avevo appuntamento nel mio ufficio con un supervisor per parlare di una possibile partnership, ero seduta al mio tavolo e vicino a me c’age uno studente di vent’anni non ancora laureato. Quando questa persona è arrivata è andata diretta dal ragazzo. Ma a SkyDeck le cose sono diverse”. In che senso? “Se ci pensate, negli Anni 40 -50 e 60 erano in maggioranza le donne a lavorare nella programmazione dei computer. È stato solo quando questo settore ha acquisito un’alta credibilità, un certo status e hanno iniziato a creare posizioni ben retribuite che c’è stato un cambio a favore degli uomini. Nel management di SkyDeck siamo quattro donne e due uomini. Per il settore del tech è un’innovazione”. C’è un settore che sta emergendo e che si sentirebbe di suggerire a una donna, specialmente a una donna italiana? “A una donna suggerisco di fare tutto quello che ama fare, per cui prova passione. Se ti piace, vai dritta per la tua strada e fallo”. Fallo ma lavora più duramente di un uomo … “Già. E devi amare alla follia quello che di cui ti occupi. Ma se hai una famiglia, bisogna farsi aiutare, altrimenti non puoi farcela”.
19 novembre 2021 (modifica il 19 novembre 2021|16:06)
Si è chiusa l’avventura di Lapo Elkann a Garage Italia Customs: aveva fondato l’hub creativo (auto, moto, barche e persino aerei da turismo) nel 2017 dopo essersi già dedicato alla customizzazione su altri modelli. A poche settimane dall’acquisizione da parte Youngtimers Asset Company AG, evidentemente le cose non hanno funzionato e la carica di presidente onorario – nonché membro del CdA – limitava sicuramente la visione del nipote di Gianni Agnelli. In effetti, dalla factory di Elkann sono uscite sempre automobili mai banali, magari al limite (talvolta oltre) del trash, che hanno conquistato gli appassionati, compresi quelli che non amano il tuning. Negli anni, l’«effetto wow» è in parte sceso virando verso l’interpretazione del concetto restomod, ma è giusto ricordare le creazioni più interessanti (in questa gallery), partendo dalla Bmw i8 Futurism Edition.
Un’infanzia «meravigliosa» nonostante la guerra. Nel 1957 la televisione: «Iniziai con Tortora e Bongiorno, poi Guglielmi. Tutti e tre mi hanno aiutato». «Ero graziosa, alta, un po’ androgina rispetto alle bellezze poppute di allora. Ai provini tv mi definirono “tutta pepe”»
Enza Sampò non parla mai di sé. È stata una protagonista di rilievo della storia della televisione italiana. Sapeva far tutto: essere colta e lieve, sofisticata e popolare. È stata tra le prime donne «parlanti», in una Rai tutta al maschile. Oggi è una bellissima signora di più di ottanta anni, con la stessa magnetica dolcezza e la stessa intensità di quando presentava programmi o raccontava storie a milioni di italiani.
Enza, partiamo dalla tua famiglia. «Sono nata nel ‘39 a febbraio, abitavamo a Torino ma mio padre era già stato richiamato in Marina ed era a Taranto, sotto le armi. Lui era un funzionario della Nebbiolo, una azienda che costruiva macchine tipografiche. Mia mamma era impiegata, ma con una grande passione per la lirica. Aveva già cominciato a fare piccoli concerti, era proprio brava. Poi, scoppiata la guerra, ha dovuto occuparsi di me e tirare avanti. E per questo faceva la sarta. Si è inventata un metodo di taglio molto moderno, qualcosa di sconosciuto in quei tempi. Siamo sfollati nelle Langhe, il posto che amo di più al mondo. Erano le Langhe di Fenoglio de La malora, cioè poverissime, con un rapporto però molto intenso fra le persone. “Non sei mai solo quando hai un paese” diceva Cesare Pavese. Eravamo una comunità, in quel tempo terribile. Ho vissuto un’infanzia meravigliosa. Meravigliosa e privilegiata: i bambini lì ancora avevano gli zoccoli con la paglia dentro per andare a scuola, io invece già avevo gli scarponcini perché mamma aveva inventato questa scuola di taglio con tantissime allieve».
«Ci potevamo permettere persino le scarpe. Mio padre è rimasto tagliato fuori da questo sodalizio femminile: è venuto pochissime volte in licenza, praticamente l’ho rivisto quando avevo otto anni e mi scocciò molto questo ritorno, perché io stavo tanto bene con mia mamma nel letto grande. Arrivò questo qui che prese il mio posto e poi nacque pure mia sorella: un dopoguerra tremendo. Però lui, poverino, siccome vivevamo ancora in questo paese prima di ritrovare casa a Torino perché la nostra era stata bombardata, andava da Monforte d’Alba a Torino a lavorare tutta la settimana. Dormiva in una pensioncina e poi tornava a casa il sabato e la domenica».
Non fu, per gli uomini, un buon esordio nella tua vita… «Era una presenza inesistente, quella maschile. Vivevo con mia madre, andavo a scuola in una classe di sole bambine… Gli uomini sono stati per tanti anni degli sconosciuti, e avevo un po’ di fastidio per il loro ruolo dominante, era l’epoca in cui gli uomini, nonostante mia madre fosse una donna molto indipendente e molto moderna, avevano la bistecca più grande in casa, era tutto in funzione loro, del loro dominio, quindi mi sembrava tutto negativo. Ricordo che avevo tanta voglia di uscire a fare pattinaggio, la prima volta che aprirono una pista a Torino, ma mia madre e mio padre non mi lasciarono andare perché lì c’erano gli uomini. I maschi erano un pericolo o, comunque, un impedimento alla mia libertà».
La guerra come te la ricordi? «Ricordo i partigiani, vivevamo vicino ad Alba, era la zona calda, quella raccontata proprio da Fenoglio. Uno mi pare si chiamasse Lulù, era un mito, nella zona. Noi bambine andavamo a scuola e non ci facevano mai mettere golfini o sciarpe rosse perché avevano paura che ci potessero scambiare per garibaldini e ci sparassero. Quando andavamo a scuola ci abbassavamo istintivamente perché su due colline diverse c’erano i partigiani e i tedeschi che si sparavano. Ma noi ci recavamo a lezione tranquillamente, solo ci abbassavamo. Ho visto delle frazioni bruciare per le rappresaglie dei nazisti. Pensa che mamma, durante la guerra – che donne straordinarie sono state quelle di quell’epoca! – doveva fare cose inimmaginabili. Capitava che passassero i tedeschi. Ti entravano in casa e chiedevano da mangiare. Mamma apparecchiava, che doveva fare, cercava di dargli salame e formaggio, quello che avevamo. Se in quel momento fossero arrivati i partigiani, come capitava, sarebbe stata una carneficina. Vivevano pericolosamente nella normalità, queste donne. Io da piccola non mi accorgevo di nulla di questo».
Ti ricordi i tuoi giochi da bambina? «Giocavamo con le cose che si trovano in campagna. Avevo legato con una famiglia di dodici figli, gente poverissima. La madre diceva che lei faceva più facilmente un figlio che la sfoglia per la pasta. Questi dodici ragazzi erano divertentissimi, intelligenti, furbi. Abitavano nella stessa frazione nostra e mamma non voleva mai lasciarmi andare perché avevano i pidocchi e mi rubavano la cioccolata. Infatti mi ricordo che mi facevano sempre un dispetto, ci facevano salire su un carretto e il più grande davanti correva con questo carretto, poi lo alzava in alto e ci faceva scivolare tutti. Una volta mi disse “Guarda, mi hai graffiato il carretto” e mi prese la cioccolata in cambio del danno. Però io, di quei giorni, ho un ricordo meraviglioso».
Come andavi a scuola? «Ti dico come sono passata alla prima elementare. Sono di febbraio e rischiavo di perdere un anno. Mi fecero fare qualche lezione da una insegnante e poi una maestra ufficiale mi fece l’esame di ammissione. Uscì dall’esame ridendo. E mia madre chiese “Cosa è successo?” Pare che mi abbia fatto la domanda: “Hai cinque caramelle, devi dividerle con una tua amica, quante ne dai a lei e quante ne prendi tu?”. E io, guardandomi le dita, “Se ne prendo tre, a lei ne rimangono solo due, se ne do tre a lei, ne rimangono due a me. Io non gliele faccio proprio vedere”. Mi dichiarò abile, nonostante questo. O forse per questo».
E ti ricordi come eri vestita? «Mia mamma mi vestiva benissimo, lei con questa scuola di taglio era proprio raffinatissima. Ricordo un vestito scozzese, un po’ marroncino e d’estate quelli che si usavano allora con il punto smock. Ai vestiti non facevo neanche tanto caso perché mamma era così attenta a farmi essere sempre perfetta che era un problema suo, a me piaceva sempre tutto. Mi ha sempre vestito lei, anche per Campanile sera, quando facevo già televisione».
Poi torni a Torino, bambina… «Fu un periodo infelice per me, tornai a scuola in quarta elementare e feci la corsa del gambero. Infatti a Monforte ero proprio brava. A Torino invece ero molto indietro rispetto agli altri. Noi eravamo rimasti ai problemi con la mamma che comprava le uova, qui invece erano tutti dei geni. Ero mortificata, da lì ho detestato sempre la scuola, perché mi sentivo inadeguata. Avevo nostalgia di Monforte. Ti voglio raccontare una cosa, è uno dei ricordi belli che ho. Da casa mia alla scuola c’erano cinquecento metri, un chilometro, non so. Noi, per dire che tempo era, ci portavamo il ciocco di legno per scaldarci a scuola. Ricordo che un giorno passavo per strada e c’erano, in primavera, i bordi delle strade pieni di violette. Io non resistetti e feci un mazzo di fiori e lo portai a scuola. Arrivai dopo la campanella e la maestra mi disse “Ma come mai sei così in ritardo? Perché hai raccolto le viole?”. Io: “Sì”. “Allora va bene, siediti”.
Tu nel ‘55 avevi sedici anni. Com’era l’Italia di quegli anni? «Io la ricordo meravigliosa. C’era un allegro attivismo, una immensa voglia di fare, la sicurezza che il futuro sarebbe stato migliore di ciò che si era vissuto. È vero, vedevi ancora le case sventrate con i crocifissi appesi alle pareti, ma noi guardavamo avanti, eravamo molto ambiziosi. Ambiziosi nel senso di voler fare bene. Allora l’offesa più grande che potevi fare a qualcuno era di essere un fallito. E con questo spirito io ho cominciato a fare televisione. Era il totem di quegli anni, noi andavamo a vederla dai nostri vicini. La famiglia Mazzieri: lui era un rappresentante di commercio, ricordo che scoprii da lui per la prima volta i campioncini di maionese nel tubetto. Andavamo a vedere lì Lascia o raddoppia e noi ragazzi ne approfittavamo per spararci questi campioncini di maionese in bocca».
«La televisione mi piacque subito, era un linguaggio che mi affascinava. Sembrava un pianeta solo maschile, le poche donne avevano ruoli ancillari, salvo Elda Lanza o la Piccinino al telegiornale. La Rai era ancora molto torinese. Allora in Piemonte si confrontavano due modelli industriali: Valletta alla Fiat e la Olivetti a Ivrea, fabbrica a misura d’uomo. La Rai era il polo culturale. Lì ho conosciuto tutto il gruppo di Guala: cioè Furio Colombo, Umberto Eco, Gianni Vattimo. I vincitori del famoso concorso sono partiti tutti da Torino. Torino poi si è fatta scippare tutto: televisione, editoria, cinema, tutto. Quando andammo a Milano quello che più mi dava fastidio è che venivamo invitati nelle case borghesi, perché loro erano i giovani brillanti, e venivano usati come star della conversazione. Cosa che, in effetti, a Umberto riusciva benissimo».
Come hai cominciato a fare la modella e perché? «Ero graziosa, molto moderna, un po’ androgina, rispetto alle bellezze poppute di allora. Ero alta, portavo dei tacchi robusti, facendo l’indossatrice, oppure le ballerine, proprio come le ragazze di oggi. La modella ho cominciato a farla in un Salone che credo fosse il primo di pret à porter. Mi divertiva, ma mi sembrava un po’ vuoto, quel mondo».
E in televisione come sei arrivata? «Il provino televisivo l’ho fatto con la persona a cui sarò sempre grata, perché è stata sempre presente nella mia vita. Mentore e pigmalione, Maurizio Corgnati, poi marito di Milva, era un uomo raffinatissimo, coltissimo, abitava nel mio palazzo ed era lo zio di una mia compagna di scuola. Ci portava a teatro, ci faceva leggere libri, mi ha proprio aperto la mente. Era un intellettuale puro. Tanto era colto, tanto era incapace di ogni attività concreta. Allora i provini televisivi per una ragazza erano solo per il ruolo di annunciatrice. Dissero alla fine una cosa tipo: “Giovane tutto pepe adatta solo in programmi per ragazzi”. Così cominciai a fare programmi per ragazzi».
In che anni siamo? «Nel ‘57, in quell’anno ho cominciato».
E come iniziasti? «Facendo un programma che si chiamava Anni verdi. Partiva con l’inquadratura di un mazzo di rose, sfumava sulle nostre teste e poi finalmente parlavamo ed era un incontro di giovani che discutevano dei loro problemi. Ma se mi ricordo bene era tutto scritto, cioè non c’era veramente la libertà di esprimere le proprie opinioni. Poi feci Il Circolo dei Castori. Ancora adesso trovo dei vecchietti che lo vedevano. Lo presentava Febo Conti e io facevo la spalla. Però già come conduttrice, non come valletta».
In televisione, a parte la Lanza, sei la prima donna parlante…. «Sì ma ero un po’ insofferente. E allora ho fatto una follia, perché con Febo Conti stavo un po’ stretta, mi dava poco spazio. Andai a Milano, dall’usciere, perché quella era l’entratura massima che avevo, e dissi “Senta, io lavoro a Torino, posso conoscere qualcuno?” Mi portarono da Marta, la mitica segretaria di Puntoni, che si occupava del varietà. Questa non mi fece neanche parlare con Puntoni, disse solo “No, non abbiamo bisogno di nessuno”. Mi cacciò. Mi mandarono allora dalla segretaria di Budigna che si occupava dei culturali. La signora stavolta prese nota, ci salutammo e me ne tornai a Torino. Dopo qualche mese mi chiamò proprio lei per un programma con Fred Buscaglione, da un luogo estivo. Per questa serata arrivarono poi tante telefonate di curiosità, e così mi chiamarono a sostituire Marisa Borroni in Lei e gli altri. Era un programma per le donne e c’era molta più libertà. Da lì mi arrivò, inaspettata, una chiamata per il Festival di Sanremo. Visto che eravamo sotto la data della manifestazione, ho sempre pensato che qualcuna doveva aver rinunciato…»
C’era Paolo Ferrari… «C’era Paolo Ferrari, adorabile. Fatto Sanremo, hai fatto la televisione. Lì ebbi la contestazione dei discografici. Del regolamento poteva parlare Ferrari, perché maschio. Io facevo il riassunto delle canzoni e l’annuncio delle canzoni ma smorzavo gli applausi. Lì c’era la claque, io invece annunciavo, uscivo e via. I discografici impazzivano. Vinsero Dallara e Rascel con Romantica ».
E poi Campanile sera … «Da lì in poi la popolarità è Campanile sera ».
Che esperienza fu? «Io andavo al sud e Tortora al nord e devo dire che fu un incontro bellissimo con Mike e con Enzo. Io ero intimidita da questi due mostri sacri, avevo vent’anni. Loro mi spingevano molto a venir fuori. Allora mi inventai di dare le ricette, essendo una donna, dal luogo dove ero. Pensa che il direttore generale Sergio Pugliese mi chiamò personalmente solo per dirmi: “Se dà le ricette, le deve dare con calma, perché si devono capire bene”. E sai cosa ricordo di quella Tv? Che avevi sempre qualcuno che ti tirava la giacchetta. Con i funzionari, finito il programma, andavi e chiedevi “Com’è andata?” E loro ti dicevano bene o male e si discuteva. Parole utili. Dopo tanti anni ho capito che ora invece spariscono tutti. Aspettano il giorno dopo, e ti danno la risposta solo dopo aver visto gli indici di ascolto. Secondo loro è l’Auditel che definisce la bellezza di un programma televisivo. Io non la penso così».
Ti ricordi qualche episodio di Campanile sera? «Mamma Rai, per protezione, mi aveva dato un funzionario fisso, tra l’altro bravissimo. Si chiamava Camurati ed era un esperto di opera lirica. Mi seguiva come un’ombra. Una volta in Sicilia, finita la trasmissione, Camurati mi accompagnò fino alla stanza d’albergo. Si accorse che c’era un signore attempato che ci aveva seguito tranquillamente fino alla camera da letto. Camurati disse “Ma cosa fa lei qui?” Quello, vedendomi sulle piazze in televisione, dava per scontato che fossi una donna facile. Mi arrivavano tanti pizzicotti sul sedere, durante i collegamenti. Ero sempre scortata dai carabinieri. Devo dire, di Campanile sera, che era tutto bellissimo. Era il programma simbolo di quel tempo in cui l’Italia cresceva e si unificava. Viaggiare allora era difficile e quei collegamenti facevano scoprire il Paese. E parlavo degli italiani veri, quelli dei quali nessuno si occupava. L’ignoto bibliotecario diventava eroe, protagonista».
Tu sei stata fidanzata con Eco? «Sì, abbiamo avuto una storia importante. Durò tre anni fino a quando ho conosciuto mio marito, Ottavio Jemma, che ora non c’è più. Umberto aveva scritto la Fenomenologia di Mike Bongiorno molti anni prima, su Il Verri, una rivista letteraria. Però sulla stampa popolare uscì molti anni dopo e quando ci siamo lasciati, lui non capiva bene ancora il perché e temeva avessi un altro, mi disse: “Guarda per favore non con Mike, sennò diranno che ho scritto la fenomenologia per gelosia”».
Perché invece ti eri lasciata? «Quei geni hanno bisogno di una donna devota, che abbia i loro stessi interessi. Io ero ancora alla ricerca dell’indipendenza, anche culturale. Non volevo essere costantemente giudicata, anche da chi ne aveva i titoli. Lui aveva bisogno di una donna dedicata e infatti è stata importante sua moglie. Condividevano gli stessi interessi, lavoravano nella stessa casa editrice».
Tortora come era? «Delizioso, veramente un signore, un grande signore. Mike mi corteggiava in maniera molto discreta, rispettosa e non invadente. Per quello Umberto fece quella battuta. Eco era sempre spiritosissimo, una persona divertente. Da lui ho imparato che ci poteva essere un altro modo di vedere il mondo, che non si doveva essere bacchettoni per essere colti ed intelligenti».
E dopo Campanile sera ? «Dopo Campanile sera io ho fatto una sosta di due anni perché ho avuto il mio primo figlio Umberto. Poi andai in Rai dicendo “Guardate, io potrei tornare a lavorare”. E mi chiamarono per Cordialmente. Facevo in studio le interviste a persone semplici, a gente comune. Avevo già acquisito voce in capitolo, cioè mi davano retta. Mi ricordo che una volta avevano preparato un servizio sulla donna che non mi piaceva perché era una moglie che andava a guardare dentro le tasche del marito di nascosto, insomma le solite stupide banalità. Io dissi no, mi rifiuto di farla, e loro accettarono. Sai chi era il curatore? Andrea Barbato, un uomo geniale. Era un altro gusto. Era una Tv forse meno democratica, nel senso che agli stupidi non si dava voce, come diceva Eco per i social adesso. Cioè alla presenza negativa non bisogna dare voce perché una volta che li porti in Tv, li hai legittimati. Hai legittimato ignoranza e stupidità».
Parliamo di due tuoi programmi per me bellissimi: Sta arrivando la bufera e La mia guerra con Leo Benvenuti. «Li ho amati tanto. Pensa non hanno avuto nessun successo, neanche Guglielmi ci credeva poi tanto». Mi parli di quel modo di fare storia? «Era un modo diverso, al quale si poteva avvicinare chiunque, indipendentemente dal titolo di studio. Non era retorico, non era troppo serioso. Ricordo che intervistai in quell’occasione Vittorio Mussolini, che si rivelò una persona deliziosa, civile. Dopo si arrabbiarono perché l’avevo trattato con troppo garbo. Ho risposto: “Io voglio sapere da lui le cose che mi interessano, perché devo maltrattarlo per il cognome?”»
Un altro programma importante è Io confesso . Lì intervistavi persone protagoniste di storie terribili. I tuoi interlocutori erano travisati.. «Di quella trasmissione, coraggiosamente prodotta da Carlo Degli Esposti e da Sandro Parenzo, e andata in onda su Raitre di Guglielmi, vado molto orgogliosa. Ho lasciato dopo un anno perché non ce la facevo più, mi metteva troppa ansia. A me rimaneva dentro, quel programma era un racconto, spesso devastante dal punto di vista umano. Troppo, per me».
La persona più intelligente che hai conosciuto in Rai? «Forse Angelo Guglielmi, grande intellettuale e uomo attento al prodotto. Quando eravamo ambedue in punizione lui mi ha aiutato. Era direttore del Centro di produzione e mi face lavorare come funzionario, dovevo controllare il buon esito di un programma con Romina Power… Ho passato anni duri in azienda. Nel ‘75, quando ci fu la riforma, circolava la voce che da quel momento avrebbero utilizzato solo gli interni. Quindi io feci richiesta di essere assunta. Non mi riconobbero il lavoro giornalistico, anche se facevo per la radio Dalla vostra parte con Costanzo, che era un programma di informazione. Sono stata in causa, ho vinto in prima istanza e allora per farmi rinunciare mi proposero di andare al Tg di Campobasso. Io avevo due bambini piccoli, non potevo certo trasferirmi in Molise e ho rinunciato alla reintegrazione. Mi chiamò il direttore di Campobasso: “Guardi io sono molto felice, calcoli che se vi mandano qui come castigo, non vi liberate più. Dovreste avere dei santi in paradiso e deduco che lei non ce li abbia, sennò sarebbe già entrata a Roma».
Com’è cambiato il ruolo delle donne in Rai, in televisione? «Secondo me moltissimo. Per esempio La 7 ha una politica al femminile ricchissima, che offre tante sfumature dell’impegno delle conduttrici. Osservo che lì, come su Raitre, prevale la dimensione politica, è come se le donne avessero voluto raggiungere la Tv con argomenti considerati tradizionalmente maschili».
Il tuo stile era lieve, mai aggressivo, quasi confidenziale. «C’era un grande rispetto e un senso di responsabilità nei confronti del pubblico, ma anche della persona che intervistavi. Mi veniva naturale, perché io sono così. Lieve era quella televisione, che insegnava agli italiani a leggere, a conoscere i classici, a divertirsi con il varietà. Era informazione, educazione, divertimento. Assomigliava a quel Paese adolescente».
Sei mai stata censurata? «Una volta per la pubblicità. Avevo fatto gli spot della Bassetti, abbigliata come vestivo allora, con i pantaloni. Al marketing, severissimi, era risultato che ero fallocratica per cui mi misero i vestiti con la gonna…».
Se dovessi rivivere un istante della tua vita quale sceglieresti? «Professionalmente quando mi chiamarono per Campanile sera, una trasmissione che è rimasta nella storia della tv. Personalmente, non so. Ho avuto una vita bella, piena, ma anche sempre combattuta. Non ho mai avuto tutto facile. Mi verrebbe da dire la nascita dei figli ma quello è persino ovvio. La verità è che dentro di me abita un fondo di malinconia…».
23 ottobre 2021 (modifica il 23 ottobre 2021 | 11:43)
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