Il saccheggio legalizzato dei fascisti ai danni degli ebrei

Il saccheggio legalizzato dei fascisti ai danni degli ebrei

di GIAN ANTONIO STELLA

La storica Ilaria Pavan ha indagato per il Mulino le conseguenze economiche della campagna antisemita. Anche dopo la guerra la restituzione dei beni fu complicata

Due paia di calze usate, un bidè, una maglia di lana fuori uso, un paio di ciabatte usate, un paio di pattini a rotelle, una cinghia per pantaloni rotta, una forma per pasticcini, una caffettiera in alluminio, un cappottino per bambino…» La «Gazzetta Ufficiale», ai tempi delle leggi razziali e delle requisizioni dei beni agli ebrei, arrivò ad annotare tutto. E proprio quell’agghiacciante solerzia burocratica, parallela a quella dei pediatri complici di Josef Mengele, toglie il fiato. Lo zelo amorale di quelle mezzemaniche sparse negli uffici pubblici e l’immonda indifferenza di troppi cittadini che non volevano vedere. O si spingevano talora a chiedere perfino una quota del bottino come un certo signor A. M. di Siena che arrivò a scrivere al responsabile provinciale: «Mi risulta (…) che vi sarebbero liberi alcuni appartamenti di proprietà o comunque occupati da ebrei recentemente e giustamente deportati. Domando all’Eccellenza Vostra di assegnarmi uno dei suddetti alloggi, di cinque o sei ambienti…». Un verme. Aggiungeva: «Possibilmente a muri vuoti». Senza il fastidio di smaltire le povere cose lasciate lì da chi era stato smistato ai campi di sterminio.

Il libro in uscita per il Mulino Le conseguenze economiche delle leggi razziali di Ilaria Pavan, docente di Storia contemporanea alla Normale, spazza via una volta per tutte, ammesso ce ne fosse bisogno, l’immagine di un regime e un Paese costretti a accettare «riluttanti» il razzismo antiebraico perché «forzati dall’alleato nazista». Non andò così. Non solo in Europa «l’esperienza italiana fu per lunghezza seconda solo a quella nazista» tanto che le persecuzioni dall’estate del 1938 all’autunno del 1943 furono «interamente e unicamente volute e gestite dalle autorità fasciste». Ma «da parte dell’apparato statale, tanto centrale che locale, non sembrò manifestarsi alcun cedimento nell’applicazione solerte e rigorosa della legislazione antiebraica» e «centinaia di carte e documenti esaminati non riportano nessuna voce, neppure sommessa, di dissenso o solo di dubbio o esitazione». Unico imbarazzo, forse, la meschineria di certi sequestri che evidentemente si aggiungevano alla requisizione di case, negozi e arredamenti: «Un bocchino d’ambra, tre penne stilografiche, un astuccio vuoto, un portacipria, un taccuino…»; «Un colino per té, una caffettiera in alluminio, una zuccheriera di bachelite, una tovaglia in cattivo stato»… Segno indelebile della miseria morale di chi sequestrava e arraffava. Primi tra tutti, ovvio, i gerarchi fascisti.

«Già nel dicembre 1938 — scrive Ilaria Pavan — i rapporti di polizia parlano infatti del “manifesto vampirismo praticato da esponenti del Partito che si varrebbero della loro qualità per fare i propri interessi” e di come “continuasse a correre la voce che moltissimi ariani, gerarchi del Pnf in primo luogo, abuserebbero del momento di disorientamento dell’elemento ebraico colpito dai provvedimenti del governo per fare i loro affari, magari accumulandovi quelli degli stessi ebrei”».

A quanto ammontarono complessivamente i patrimoni in case, terreni, imprese, negozi, depositi bancari, azioni e proprietà varie rubati agli israeliti? Quasi impossibile, da quantificare. Troppi morti, troppi sopravvissuti emigrati senza voler più aver niente a che fare con la vecchia patria che le aveva traditi, troppi eredi sovrastati dalle difficoltà burocratiche e troppi altri che non avevano manco l’idea di essere eredi. Certo è che, dopo le infamie delle leggi razziali e le complicità nella Shoah, l’Italia non si riscattò neppure nel dopoguerra.

Scrive nelle Cinque storie ferraresi Giorgio Bassani: «Quando, nell’agosto del 1945, Geo Josz ricomparve a Ferrara, unico superstite dei centottantatré membri della Comunità israelitica che i tedeschi avevano deportato in Germania (…) nessuno in città da principio lo riconobbe. (…) Dopo tanto tempo, dopo tante sofferenze toccate un po’ a tutti, e senza distinzione di fede politica, di censo, di religione, di razza, costui, proprio adesso, che cosa voleva? Che cosa pretendeva?». Del resto in Italia, accusa Pavan, «la restituzione dei beni non avvenne mai d’ufficio ma dietro precise domande degli interessati, in mancanza delle quali non ci fu organismo pubblico, istituto bancario o compagnia assicuratrice che restituì di sua iniziativa quanto era stato sequestrato dalle autorità nazifasciste negli anni precedenti». Perfino istituti come il Credito italiano o la Bnl arrivarono a «trincerarsi dietro il segreto bancario» e una relazione del commissario dell’Egeli (Ente di gestione e liquidazione immobiliare) del 1950 mise «in evidenza la presenza di beni non rivendicati rimasti depositati presso le banche e l’intenzione di queste ultime di attendere lo scadere dei termini di prescrizione per incamerarli».

Di tutto fecero, le stesse autorità dell’Italia nata dalla Resistenza e dall’antifascismo, per non restituire quanto era stato sottratto alla minoranza perseguitata. Pesò, su tutto, «il principio della cosiddetta “buona fede” dei compratori dei beni ebraici». Fissato già alla fine del 1944 dal ministro della Giustizia del governo Bonomi, Umberto Tupini, osservando che quella restituzione «avrebbe sconvolto “un principio basilare tradizionale, accolto in tutti i moderni ordinamenti giuridici”, il fatto, cioè, che l’acquisto in buona fede “sanasse qualsiasi vizio”». Un principio, contesta Pavan, «radicalmente opposto a quelli contenuti nella legislazione emanata in altri Paesi europei a favore degli ex perseguitati razziali». Come poteva dimostrare, un sopravvissuto tornato da Auschwitz con pochi cenci addosso, la «cattiva fede» di chi si era preso tutto ciò che aveva, se era stata la stessa legge allora in vigore a consentirglielo o addirittura a spingerlo?

Finì com’era scritto che finisse: quanti cercarono d’avere giustizia furono nella maggioranza dei casi inevitabilmente sconfitti. Bianca Pesaro non riuscì a riavere la rivendita di sali e tabacchi toltale nel ‘39 perché era già stata data ad altri cui non poteva più essere tolta «senza un giustificato motivo». Testuale. Il ministero delle Finanze rispose a numerosi commercianti che contestavano la richiesta di pagare tasse per gli anni in cui erano nei chiusi lager o nascosti nelle cantine di amici «sostenendo che “da qualunque luogo il cittadino ebreo poteva spedire l’importo delle tasse da pagare”» e che «l’assenza a causa delle persecuzioni nazifasciste non era giudicata sufficiente “a giustificare un ritardo nella denuncia della cessazione di attività”». Per non dire della Prefettura di Verona che alla comunità israelita scaligera sopravvissuta all’Olocausto chiese «oltre 90.000 lire a copertura delle spese effettuate per la gestione dei beni sequestrati agli ebrei veronesi, spese comprendenti persino la quota per il mantenimento del campo di internamento per ebrei istituito dopo il giugno 1940 in una delle fortezze della città». Avevano avuto «vitto e alloggio» nelle galere razziali? Pagassero…

13 gennaio 2022 (modifica il 13 gennaio 2022 | 21:07)

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La storia vista dal basso: con il «Corriere» i libri

La storia vista dal basso: con il «Corriere» i libri

di PIER LUIGI VERCESI

Il 18 gennaio gratis in edicola con il quotidiano il volume d’esordio della nuova rassegna: è dedicato alla Roma del Seicento, l’epoca di Gian Lorenzo Bernini

A volte sorge il dubbio: per capire il passato è più utile la letteratura o la storia? Non è una speculazione filosofica, è il rovello di chi vorrebbe scoprire cos’è l’uomo, che significato ha la sua vita, quali sono le sue origini e il suo destino, se è in grado di orientarsi in questo mondo con il sapere acquisito o resta un giocattolo in balìa della Natura e un trastullo degli dèi.

Fino a qualche secolo fa, la gran parte degli storici si occupava del nostro passato osservando la parte emergente degli eventi: grande politica, battaglie, trattati, conquistatori e sconfitti, trame di palazzo. L’uomo e la sua volontà di dominio, le imprese titaniche e i grandi gesti popolavano l’affresco della storia al pari delle maestose tele commissionate dai vincitori e appese nelle sale delle varie Versailles per incutere timore e reverenza agli ospiti. Era naturale che la storia la facessero scrivere i vincitori; i più acuti se la confezionavano addirittura da soli, come Giulio Cesare, Napoleone o Winston Churchill.

La Rivoluzione francese sgretolò quest’approccio. Messo «a riposo» Napoleone, un gruppo di studiosi francesi capitanati da Augustin Thierry azzardò che c’era più verità nei romanzi che nei saggi di storia. Si trattava evidentemente di una provocazione per costringere gli accademici ad aprire gli occhi sul mondo reale. Non avremmo potuto capire la parabola umana se non avessimo cominciato ad occuparci anche di coloro che nei libri di storia non sono mai apparsi, vale a dire il 99 per cento di chi ha calpestato l’orbe terracqueo, e soprattutto di come vivevano, mangiavano, a quali commerci si dedicavano, come si vestivano, a quali credenze si votavano, come curavano i loro mali…

Sul palcoscenico della storia dovevano essere trascinati gli esclusi, gente che non aveva conquistato nulla, ma che vivendo nella propria comunità giorno per giorno aveva fatto evolvere le civiltà, aveva scalzato i despoti e aperta la via alla partecipazione collettiva, a qualcosa che aveva in sé il germe della democrazia.

Erano liberali (parola all’epoca equivalente a «sovversivo»), quegli storici, avevano in testa la borghesia come artefice della modernità. Fioriva proprio allora la grande stagione del romanzo e oggi potremmo anche sostenere che non si può conoscere la società russa senza leggere Tolstoj e Dostoevskij o la francese senza Balzac, Flaubert e Hugo, per limitarci ad alcuni nomi eccellenti.

Sempre in quel periodo si accorsero che senza Omero, Dante e Shakespeare era impossibile calarsi dentro alla storia dell’umanità e comprendere, prima di Freud, che passioni e pulsioni, bisogni e desideri orientano i destini di una società. Vennero poi Marx e il pensiero socialista ad ampliare il novero degli aventi diritto ad alcune righe nei libri di storia. Il resto lo fecero, nella prima metà del secolo scorso, storici francofoni come Marc Bloch, Lucien Febvre e Henri Pirenne. Cogliendo una nuova sensibilità nell’aria anche nel mondo anglofono, chiesero aiuto ad altre discipline, all’economia e alla geografia, alla sociologia e alla psicologia, e inaugurarono la stagione della nuova storia, quella che non disdegna gli anfratti delle piccole comunità.

Tanto riflettere, discutere e contendere sarebbe rimasto relegato alle cattedre universitarie se Bertolt Brecht non avesse spiegato di che cosa si stava parlando con una filastrocca comprensibile anche per un ragazzo delle scuole elementari: «Tebe dalle Sette Porte, chi la costruì?… Dove andarono, la sera che fu terminata la Grande Muraglia, i muratori?… Cesare sconfisse i Galli. Non aveva con sé nemmeno un cuoco?… Ogni dieci anni un grand’uomo. Chi ne pagò le spese?».

La storia del quotidiano offriva finalmente la possibilità di partecipare a fatti che sembravano oleografie lontane, dogmi a cui inchinarsi. Rispondeva a domande come: perché sbocciò il Rinascimento ai tempi di Lorenzo il Magnifico? Perché i primi cristiani da perseguitati convertirono alla loro fede l’intera Europa? O, ancora, perché Roma, dopo aver conquistato tutto il mondo conosciuto, si sgretolò di fronte a orde di straccioni? Ora le risposte si possono trovare nei 35 volumi raccolti nella collana «Biblioteca della storia. Vite quotidiane» in vendita con il Corriere della sera, che sono anche il migliore antidoto alla superficialità di chi chiede l’abbattimento di praticamente tutti i monumenti del passato (non lo predicano anche i jihadisti?).

Se si conosce la storia quotidiana di chi ci ha preceduto, si capisce che il mondo non è fatto di bianco e di nero ma di infinite tonalità di grigio, e che pace e democrazia, per radicarsi, hanno bisogno di riconoscerle e ammetterle anche quando contrastano con il nostro modo di sentire. In buona fede, scivolando sul politically correct, si rischia di ottenere l’effetto opposto a quello desiderato, ovvero più intolleranza ed esclusione.

In regalo il primo titolo sulla Roma del Seicento

Esce in edicola martedì 18 gennaio in omaggio con il «Corriere della Sera» il libro di Almo Paita La vita quotidiana a Roma ai tempi di Gian Lorenzo Bernini. Si tratta del primo volume della serie settimanale «Biblioteca della storia. Vite quotidiane», realizzata in collaborazione con Bur Rizzoli. Ogni uscita della collana offre al lettore un quadro esaustivo della situazione in cui conducevano la propria esistenza i nostri antenati delle varie epoche e dei vari luoghi presi in considerazione. Permette di conoscere quali erano le abitudini, gli strumenti più usati, le malattie più diffuse. Scopriamo inoltre le disuguaglianze, spesso enormi, tra le classi privilegiate e i ceti più umili. E poi i riti religiosi, l’amministrazione della giustizia, le differenze tra i periodi di pace e quelli di guerra. Il tutto ricostruito con la massima attenzione da storici specialisti di primo piano. La collana «Biblioteca della storia. Vite quotidiane» prosegue con il secondo volume, La vita quotidiana a Firenze ai tempi di Lorenzo il Magnifico di Pierre Antonetti, che uscirà martedì 25 gennaio. Come tutti gli altri libri successivi della serie, sarà in vendita con il «Corriere della Sera» e con «La Gazzetta dello Sport» al prezzo di e 7,90 più il costo del quotidiano. Le uscite successive: Paul Faure, La vita quotidiana nelle colonie greche (1° febbraio); Jean-Paul Bertaud, La vita quotidiana in Francia ai tempi della Rivoluzione (8 febbraio); Paul Faure, La vita quotidiana degli eserciti di Alessandro Magno (15 febbraio); Jean-Paul Crespelle, La vita quotidiana a Parigi al tempo degli impressionisti (22 febbraio).

13 gennaio 2022 (modifica il 13 gennaio 2022 | 21:22)

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Ricordare David Sassoli senza la solita vanità personale

Ricordare David Sassoli senza la solita vanità personale

di Aldo Grasso

Tutti a esaltare la sua popolarità, portata con semplicità, ironia e discrezione, e poi servirsi di lui per accrescere la propria popolarità, con la frase a effetto

Lasciando perdere la gara a chi lo conosceva meglio, a chi gli era stato maestro, a chi aveva imparato da lui la lezione politica e umana, non si potrebbe tradurre in comportamento stabile la «memoria» di David Sassoli? I giornali e i social traboccano giustamente di elogi alla sua sensibilità professionale, alla sua fermezza nei principi, al suo stile, alla sua vocazione giornalistica, prima ancora di quella politica. Ecco, sarebbe bello che nel ricordo di David Sassoli la televisione gli dedicasse un po’ di sincero rispetto, al di là del cordoglio di maniera. Per un po’ di tempo ci piacerebbe vedere conduttori con un più alto senso di responsabilità, in grado di trattare con leggerezza anche le cose più gravi (una ola con Fiorello, per esempio), di mettere il proprio ego smisurato al servizio dell’uscita dalla pandemia, di rifuggire dalle pagliacciate.

Tutti amici di David, tutti sodali con il suo spirito europeista, tutti in coro «sarai sempre con noi», poi alla prima occasione eccoli invitare in studio i corifei delle fake news (spacciati come «fatti») o quelli che hanno sempre disprezzato il Parlamento europeo o quelli che danno spazio alle «ragioni» dei no vax (senza pensare alla cattiveria, allo sciaccallaggio, alla mancanza di rispetto con cui sui social è stata «celebrata» la morte di Sassoli dai no vax). Magari concedendo loro il monologo senza contraddittorio. Tutti a ricordare la militanza giornalistica dello scomparso, la sua idea di informazione, il suo senso della misura e poi via al Grand Guignol di sempre, via alle risse, via agli ospiti incaricati di accendere la miccia, via alla fiera del disagio.

Tutti a esaltare la sua popolarità, portata con semplicità, ironia e discrezione, e poi servirsi di lui per accrescere la propria popolarità, con la frase a effetto, con le «belle parole». Anche di fronte alla tragedia, c’è sempre spazio per la vanità e la miseria.

13 gennaio 2022 (modifica il 13 gennaio 2022 | 20:48)

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Cinema Troisi, «America Latina»: parterre d’autore per i fratelli D’Innocenzo

Fuori le strade spazzate da una tramontana severa, dentro il clima entusiasta di un’estate da emisfero sud del pianeta. Il cinema Troisi chiama e il pubblico, giovane e preparato, risponde: l’edificio di Trastevere si illumina di rosso, come un faro nella notte romana, per la prima proiezione del film «America Latina» (l’imprevedibile che irrompe in una primavera imperturbabile), terza opera dei Fratelli D’Innocenzo. Nel foyer-caffetteria della sala restituita alla città dall’associazione Piccolo America con Valerio Carocci in testa, c’è un bel fermento tra il cast rincorso dai flash (Astrid Casali, Sara Ciocca, Maurizio Lastrico, Carlotta Gamba, Federica Pala, Filippo Dini, Massimo Wertmuller che si guarda sul grande schermo seduto accanto a Max Tortora. Manca Elio Germano) e i registi inseguiti e abbracciati con l’impeto degli amici che finalmente si ritrovano. E poi gli spettatori che hanno voglia di cinema, e infatti non si parla d’altro, il buio in sala tarda ad arrivare. Damiano e Fabio D’Innocenzo prendono il centro della scena, mescolando anche glamour e icone (dalla giacca di pelle con il logo Gucci al portachiavi con il mitico «lupetto’»della Roma (disegnato da Gratton). È solo un saluto alla platea, ma c’è il clima caldo delle «prime»: e arrivano Alessandro Borghi, Pietro Castellitto, il «re del brivido» Dario Argento, la scrittrice Teresa Ciabatti, la poetessa Ilaria Caffio, il regista Mario Martone con la moglie Ippolita. Nella foto: Damiano e Fabio D’Innocenzo. Testi di Roberta Petronio. Fotoservizio di Fabio Frustaci/Ansa

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Jenna Jameson non riesce più a camminare: «Ho la sindrome

Jenna Jameson non riesce più a camminare: «Ho la sindrome

L’ex pornostar Jenna Jameson non riesce più a camminare ed è in ospedale alle Hawaii dopo una serie di attacchi di vomito che per molti giorni sono rimasti inspiegabili anche dopo il ricovero. Fino alla diagnosi che lei stessa ha comunicato sul suo profilo Instagram, con un video postato dalla sua stanza d’ospedale: «Secondo i medici ho a che fare con una sindrome chiamata sindrome di Guillain-Barré. Resto in ospedale fino a quando la cura e il trattamento non sarà completa».
Durante il fine settimana, il suo partner, Lior Bitton, aveva pubblicato un video sull’account della compagna spiegando che le condizioni erano peggiorate: «Non riusciva più a reggersi in piedi», ha detto Bitton nel video. «I suoi muscoli delle gambe sono molto deboli e non riesce neanche ad andare in bagno con le sue gambe».
Nel suo post, Jameson, 47 anni, è tornata sulle speculazioni che circolano sul suo conto, ovvero che i suoi problemi di salute avrebbero a che fare con il vaccino: «Non ho ricevuto il vaccino e questo non è una reazione al vaccino» ha scritto.

Jameson, ex regina del cinema per adulti con oltre 130 titoli all’attivo, da una decina di anni si era ritirata dalle scene e ha avuto due figli con il partner Lior Bitton.

12 gennaio 2022 (modifica il 12 gennaio 2022 | 11:24)

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Notre Dame de Paris compie 20 anni: torna il cast

Notre Dame de Paris compie 20 anni: torna il cast

di Barbara Visentin

Riccardo Cocciante: «All’inizio nessuno credeva nel progetto, ma l’artista deve affrontare le difficoltà per poi conquistare tutto»

«All’inizio nessuno credeva in questo progetto», ricorda Riccardo Cocciante. E invece «Notre Dame de Paris» nel 2022 festeggia il ventennale italiano forte di numeri record, con 1346 repliche e oltre 4 milioni di spettatori che sono accorsi ad applaudire lo spettacolo tratto dal romanzo di Victor Hugo, con le musiche scritte dal cantautore.

Per l’occasione, l’opera moderna torna in scena con il cast originale del debutto, capitanato da Lola Ponce nei panni di Esmeralda e Giò Di Tonno come Quasimodo: si parte il 3 marzo da Milano in un tour che fino a fine anno gira l’Italia, nella speranza di una ripartenza (questa volta vera) del settore. «Chissà che questo anniversario ci porti fortuna per una rinascita dei teatri e che la cultura sia un vaccino contro la crisi — auspica Cocciante che durante la presentazione del tour si è seduto al piano ed ha accompagnato i protagonisti nelle arie più famose dello show —. Noi cercheremo di essere più forti di prima sul palco».

D’altra parte, ha continuato il compositore e cantautore, 75 anni, «la difficoltà è una condizione essenziale dell’artista e anche per me all’inizio è stato così: mi dicevano che ero arrabbiato, gridavo troppo, fisicamente non ero giusto perché serviva la prestanza, si scandalizzavano perché chiudevo gli occhi mentre cantavo. Ma un artista deve soffrire la sua differenza per poi conquistare tutto».

Così è stato anche per «Notre Dame», prima in Francia, dove ha debuttato nel 1998, e poi in Italia dal 2002 (il testo originale è di Luc Plamondon, quello italiano di Pasquale Panella): da noi il lavoro ha trovato fortuna grazie un promoter e impresario come David Zard, scomparso nel 2018, visionario al punto da far costruire il Gran Teatro di Roma apposta per ospitare uno show kolossal che non entrava da nessuna parte. «“Notre Dame” è unico nella sua maniera di unire rock, pop e classica, mischiando un po’ tutto — osserva Cocciante —. È apparentemente semplice, ma vi assicuro che è molto difficile, anche da cantare. L’obiettivo era che appartenesse a tutti e fosse capito da tutti, a prescindere da età, livello culturale e caste sociali».

Dopo 20 anni, le musiche sono ormai un patrimonio popolare e gli argomenti dietro la storia restano attuali: «Il tema dell’escluso e del diverso era un problema ai tempi di Hugo e lo è oggi. È un problema eterno — dice Cocciante —. In ogni personaggio è rappresentata una categoria intera di persone e la speranza è che la storia ci serva da lezione: cerchiamo di unirci ed essere più buoni».

13 gennaio 2022 (modifica il 14 gennaio 2022 | 08:38)

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