Il ministro punta a spingere sulla trasformazione della burocrazia anche grazie a una forte collaborazione con il ministro Colao: “Prioritario investire sulle competenze del personale e programmare la gestione del lavoro agile”. Domani la firma del “patto” con i sindacati.

Una PA nativa digitale. Secondo il ministro Renato Brunetta, questo è uno dei driver per la ripresa dell’Italia, messa a dura prova dagli effetti economici e sociali della pandemia. La strategia è contenuta nelle linee guida delineate dallo stesso ministro durante l’audizione davanti alle commissioni Lavoro e Affari costituzionali del Senato.

Una PA nativa digitale – ha spiegato Brunetta – non può essere solo una dichiarazione di principio ripetuta nei documenti programmatici. Deve diventare anche una realtà per garantire, attraverso un uso intelligente e diffuso della tecnologia, l’accesso ai servizi a tutti i cittadini, superando le disuguaglianze sociali e territoriali e non lasciando indietro nessuno”.

In questo senso, è necessario un ripensamento innovativo, che però non è una semplice traduzione di pratiche e metodi analogici ma – ha sottolineato – “una reingegnerizzazione dei processi e delle procedure amministrative”. La collaborazione con il Ministero della Transizione Digitale è quindi fondamentale per raggiungere l’obiettivo di creare una PA nativa digitale.

Quattro le direzioni in cui incanalare il percorso di innovazione del settore pubblico: la domanda pubblica, la selezione delle persone, la definizione delle competenze (con un ruolo più forte della Scuola Nazionale della Pubblica Amministrazione), l’interazione con cittadini e imprese.

L’obiettivo è garantire una riduzione dei tempi di servizio, l’eliminazione degli oneri sui dati già a disposizione della PA, la calibrazione sulle esigenze specifiche di imprese e cittadini, la rilevazione della soddisfazione degli utenti attraverso standard condivisi.

L’idea di Brunetta è quella di passare, grazie a un uso consapevole e massiccio della tecnologia, da una PA di compliance a una PA di problem solving.

Un’intenzione che però rischia di rimanere sulla carta, a meno di un impegno ad hoc per la formazione del personale, che dal 2008 al 2018 ha visto tagliare le risorse da 262 milioni a 154 milioni.

Tuttavia, il ministro ha avvertito: “Intendiamo invertire questa tendenza e investire significativamente in upskilling e reskilling”.

“I profondi cambiamenti nel lavoro, i processi di innovazione e la sempre maggiore interdipendenza tra i paesi richiedono agilità culturale, capacità di adattarsi e sostenere i cambiamenti e una continua riqualificazione delle persone”.

Uno dei focus della strategia del ministro è lo smart working. “Il lavoro a distanza praticato durante la fase di emergenza è stato, da diversi punti di vista, un importante fattore di accelerazione, in termini di sviluppo delle competenze individuali dei dipendenti pubblici, di digitalizzazione, ecc.”, ha ricordato. “Superata la fase di emergenza, sarà necessario pianificare e gestire in modo efficace e sostenibile questa modalità di organizzazione del lavoro, che può produrre impatti significativi, anche per il perseguimento di altre politiche pubbliche“.

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