Vino, a Vicenza la bottiglia di Amarone della Valpolicella più
Vicenza, distretto orafo. Ovvero una eccellenza del saper fare italiano che non teme sfide. Anzi le cavalca. L’ultima in ordine di tempo si sposa con il vino: un ottimo Amarone della Valpolicella per cui è stata realizzata la bottiglia più preziosa (e costosa) al mondo. A renderla tale un «tappo», se così si può chiamare, tempestato di cinquecento diamanti e dodici rubini da uno e due carati, incastonati a mano uno a uno. Il pezzo forte: un rubino sangue di piccione da venti carati, anch’esso proveniente dalla Birmania, a far da sigillo. Il tutto per un valore stimato che si aggira intorno ai due milioni e mezzo di euro.
L’Amarone
Tra i vini rossi più intensi e opulenti in circolazione, l’Amarone della Valpolicella è di per sé un gioiello che ha reso la Valpolicella stessa, e le colline del veronese, una delle mete più battute dagli appassionati. Il merito va alle arele, le stuoie su cui i grappoli vengono adagiati per l’appassimento, che si protrae fino a quattro mesi. Una procedura, questa, che concentra e amplifica zuccheri, profumi e sapori. E alla fine della quale la parte zuccherina viene trasformata lasciando che il vino diventi un passito rosso, ma totalmente secco.
I vitigni, orgogliosamente autoctoni, da cui proviene l’Amarone sono due: il Corvina 40/80 per cento (e/o Corvinone non più del 50 per cento) e il Rondinella (dal 5 per cento al 30 per cento) a cui si affiancano altri vitigni autoctoni della Valpolicella. Tra questi l’Oseleta.
L’Amarone è un vino alcolico, pienissimo e unico per via della struttura e dell’intensità che riesce a raggiungere. Il colore, intenso, è un rubino con screziature granate che si fa via via prevalentemente granato con gli anni. Il bouquet, ampio, sa di frutti di bosco e frutta nera, fiori secchi, anice, liquirizia e ritorni di amarene sotto spirito con un finale speziato e terroso costruito intorno a noci e nocciole. Se lo si lascia invecchiare, sviluppa sentori eterei e speziati con cannella e cardamomo, tabacco e noce moscata.
Il distretto orafo di Vicenza
Vicenza, in Italia e nel mondo, è sinonimo di arte e produzione orafa sopraffine. I primi ritrovamenti in oro in quest’area, per lo più monili, rivelano che la pratica dell’oreficeria risale all’età del Ferro (II-I secolo a.C. circa). È grazie a un atto pubblico del 1399 — per l’esattezza l’atto della Fraglia degli Orafi di Vicenza, corporazione che annoverava ben 150 artigiani — che si ha testimonianza certa di una effettiva attività orafa. Successivamente, la produzione vicentina si intreccia con quella della Repubblica Serenissima di Venezia. La perizia e la precisione dei maestri orafi vicentini è tale da suscitare l’ammirazione dei nobili veneziani del tempo e del clero. Sono in molti a richiedere manufatti di indiscusso pregio artistico. Questo contribuisce a dare lustro alle botteghe artigiane che, in breve tempo, si moltiplicano arrivando a interessare anche il territorio di Bassano del Grappa. Nel XIX secolo, anche a seguito dell’ormai avviata Rivoluzione industriale, alle botteghe artigiane si affiancano decine di aziende che molto concorrono al decollo del settore. Ancora oggi il distretto orafo di Vicenza si distingue per i suoi manufatti unici e irripetibili, come la bottiglia di Amarone della Valpolicella, di per sé tra i vini migliori al mondo. Oggi anche tra i più preziosi per quel tappo tempestato di diamanti e rubini che non ha eguali.
12 gennaio 2022 (modifica il 12 gennaio 2022 | 14:32)
(©) RIPRODUZIONE RISERVATA
Dalla supremazia al vantaggio quantistico: il quantum computing va sul mercato
Simone Severini ha studiato filosofia a Firenze poi ha lasciato l’Italia e non è più tornato. Prima di diventare direttore del Quantum computing di Amazon Web Services è stato a Bristol dove ha preso un dottorato in computazione quantistica, poi ha insegnato in Canada, in Cina, a Londra e a Cambridge.
«Ho visto il calcolo quantistico uscire dall’accademia per diventare startup come Cambridge Quantum Computing, ora diventata Quantinuum, dopo la fusione con la divisione di hardware quantistico di Honeywell, poi Phasecraft e Rahko, fondata dai miei studenti di dottorato, e di recente acquistata da Odyssey Therapeutics», racconta al Sole 24 Ore.
«Ma se mi chiedi quando il computer quantistico avrà un impatto commerciale ti dico subito che nessuno lo sa. L’unica certezza che abbiamo è che a differenza dei computer di oggi governati dalla fisica newtoniana quelle quantistiche saranno macchine capaci di risolvere problemi che mai ci siamo posti. Pensate a un telescopio e a quello che ci ha permesso di conoscere».
In realtà è dagli anni ’80 che gli scienziati si cimentano nello sviluppo del computer quantistico, che ad oggi è la rivoluzione più lontana e annunciata di sempre. Due anni fa Google aveva affermato in uno studio di aver raggiunto la supremazia quantistica che è la capacità di un processore quantistico di risolvere un calcolo che un computer tradizionale compierebbe in anni o comunque in tempi irragionevoli.
Ibm che su questo terreno è in corsa per la supremazia con gran parte del Big tech che conta nel mondo (pubblico e privato) ha risposto pubblicando uno studio nel quale vengono negate le conclusioni dei ricercatori di Mountain View.
Valentino Rossi, la nuova vita da pilota di auto è
di Daniele Sparisci
Inizia la nuova carriera con le auto dell’ex campione di MotoGp, si preparerà con la squadra belga per andare a Le Mans
La nuova vita di Valentino Rossi da pilota professionista di auto da corsa è iniziata. Il nove volte campione del mondo della MotoGp ha firmato con il team belga Wrt e correrà al volante di un’Audi R8 Lms, con l’inconfondibile numero 46 nel campionato Fanatec Challenge Europe, una delle serie più competitive per le vetture derivate dalle stradali. La Wrt è una delle squadre d’elite della categoria, collegata al reparto corse dell’Audi. L’anno scorso al debutto nel Mondiale di durata con i prototipi ha vinto sia il campionato che la 24 Ore di Le Mans nella classe Lmp2, fra i piloti al via in Francia c’era anche l’ex F1 Robert Kubica, nell’altra macchina vincitrice Ferdinando D’Asburgo, discendente della famiglia austriaca. Sarà un’avventura a tempo pieno per Rossi, in compagnia di piloti specialisti delle ruote coperte con cui si alternerà al volante in occasione delle endurance, all’interno di uno squadrone.
Il Dottore aveva già effettuato un test a Valencia all’inizio di dicembre con l’Audi R8, parteciperà sia alla Endurance Cup sia che alla Sprint Cup. L’obiettivo è prepararsi per affrontare le «classiche» di durata, il piano è andare Le Mans. Accumulare esperienza per provare poi magari correrla nella classe regina, Hypercar, a partire dal 2023 quando fra gli altri costruttori tornerà anche la Ferrari.
Valentino guiderà anche in Italia in due tappe del campionato, a Imola (1-3 aprile) e Misano (1-3 luglio), e sicuramente sarà un bagno di folla. «Sono felice di entrare a far parte del team Wrt – ha detto Rossi -. Tutti sanno che sono sempre stato un grande appassionato di automobilismo e che sono sempre stato attratto dall’idea delle corse con le quattro ruote una volta terminata la carriera in MotoGP. Ora sono completamente libero e potrò dedicarmi a tempo pieno a questo programma di corse di alto livello con un approccio professionale. Il team Wrt è perfetto per quello che stavo cercando e non vedo l’ora di iniziare questa nuova avventura». Il pilota di Tavullia in passato ha partecipato a rally e ha effettuato diversi test con la Ferrari F1, girava talmente forte che andò vicinissimo al passaggio dalle due alle quattro ruote.
Il piede è rimasto veloce, perché al di là dell’immensa ricaduta mediatica per Audi e per la scuderia belga, poi servono risultati. E dal test di Valencia i tempi sono stati «estremamente positivi» come racconta il nuovo capo di Rossi, Vincent Vosse: «Tutti conosciamo la sua straordinaria carriera in moto, ma Valentino è un vero racer. È una persona estremamente competitiva, professionale, desiderosa di ottenere il massimo da questa nuova sfida».
13 gennaio 2022 (modifica il 13 gennaio 2022 | 18:58)
© RIPRODUZIONE RISERVATA
Scuola, allarme Covid: un insegnante su due trova gli studenti
di Maurizio Tucci*
Gli effetti della Dad e di tutte le incertezze sulla scuola rischiano di travolgere i ragazzi e le ragazze. Tre prof su cinque favorevoli al green pass per gli studenti secondo l’indagine del Laboratorio Adolescenza-Corriere.it/scuola
*direttore del Laboratorio Adolescenza di Milano
Una scuola senza pace, di nuovo nell’occhio del ciclone Covid, con il rischio di tornare a quella didattica a distanza che sappiamo tutti – come ha ribadito lo stesso Presidente del consiglio Mario Draghi – crea problemi non solo di tipo didattico, ma anche sociale e, soprattutto, alimenta le disuguaglianze. Laboratorio Adolescenza e Corriere Scuola avevano lanciato, lo scorso novembre, una indagine online, rivolta agli insegnanti, per raccogliere, a poche settimane dall’inizio dell’anno scolastico, le loro impressioni e previsioni su questo terzo «anno Covid». L’obiettivo era quello di replicare l’indagine verso il termine dell’anno scolastico per verificare se e quanto le previsioni fatte a novembre e dicembre fossero confermate o disattese. Ma la pandemia ci sta abituando, purtroppo, ad evoluzioni improvvise e spesso drammatiche che rendono «archeologia» fotografie scattate solo da pochi giorni.
Siamo ancora ottimisti?
Cosa rimane, oggi, dell’ottimismo riguardo l’anno appena iniziato di cui era pervaso l’80% degli insegnanti (una campione nazionale di oltre 800 insegnanti tra scuole primarie e secondarie di primo e secondo grado) che hanno risposto al questionario? Sarebbe ancora il 55% la percentuale che affermerebbe che i propri studenti sono più tranquilli ed ottimisti dell’anno precedente? E sarebbe confermato quel nettissimo 88,6% di docenti che ha affermato, solo un mese fa, che «l’obiettivo principale deve essere cercare di garantire in ogni modo la scuola in presenza»? Sembra di commentare un passato lontanissimo, ma ci sono alcuni dati emersi dall’indagine che rappresentano un baluardo importante che può farci affrontare con ottimismo le difficili settimane che probabilmente ci attendono.
Green pass per tutti
Il 60% degli insegnanti si è detto fermamente d’accordo all’obbligo di green pass per tutto il personale che opera all’interno della scuola e per tutti gli studenti che possono vaccinarsi, mentre la percentuale di accordo verso l’obbligo di green pass sale al 74,5% se riferito ai genitori/parenti degli studenti che vogliono accedere ai locali scolastici. Meno del 20% si è detto contrario tout court al green pass, mentre un ulteriore 16% lo ritiene indispensabile per il personale scolastico, ma non per gli studenti. Così come è confortante registrare che l’83% degli insegnanti ritiene che le norme di prevenzione del Covid sono state accolte in modo positivo dalla maggioranza dei colleghi. E, soprattutto, che il 64,2% dei docenti ha la percezione che gli studenti sono in grande prevalenza favorevoli a vaccinarsi. E proprio su questo aspetto il dato registrato tra novembre e dicembre è già molto positivo (vedi grafico) riguardo la percentuale di studenti che gli insegnanti ipotizzano essere già vaccinata.
Ma gli studenti non sono motivati
Un dato negativo arriva, invece, dalla percezione degli insegnanti riguardo la motivazione allo studio dei loro studenti. Secondo il 50,6% degli insegnanti, ragazze e ragazzi sono tornati a scuola meno motivati rispetto al passato. Il 31,8% non percepisce differenze, mentre per il 17,6% la motivazione degli studenti appare addirittura aumentata. Anche questo può essere considerato uno degli effetti collaterali della scuola-non scuola vissuta lo scorso anno. La maggiore demotivazione viene prevalentemente riscontrata tra gli studenti delle scuole superiori. Interessante, infine, osservare anche la «mappa» dell’ottimismo: le insegnanti donne sono mediamente più ottimiste dei colleghi maschi (82% vs 75%), così come, su base anagrafica, l’ottimismo prevale tra gli insegnanti della fascia d’età 31-40 anni (85%), seguiti dagli under 30 (79%) e dai colleghi della fascia d’età 51-60 (77%). Tra gli over 60, invece, gli ottimisti non raggiungono nemmeno il 10%. Riferendoci al livello scolastico, l’ottimismo cresce passando dalle primarie (71% di insegnanti ottimisti), alle secondarie di primo grado (77%), alle secondarie di secondo grado (79%).
Il rischio-scuola
Ma la domanda, che ci riporta alle considerazioni iniziali, è quanto questa ennesima ondata Covid abbia nuovamente sparigliato le carte e, soprattutto, se di fronte ad una pandemia che non accenna ad esaurirsi e cambia continuamente volto si possa davvero accettare di condizionare la scuola alle mutazioni del virus. Ancora una volta solo la scuola, perché il resto delle attività – con tutte le cautele e la prudenza del caso – proseguono. Fulvio Scaparro, psicologo e psicoterapeuta dell’infanzia e dell’adolescenza, non ha dubbi in proposito: «Non vedo perché frequentare la scuola debba essere considerato più rischioso, per un adolescente, che prendere i mezzi pubblici, andare in pizzeria e vedersi con gli amici. Tutte cose che al momento, per fortuna, è possibile fare. Inoltre i nostri ragazzi, proprio in un momento così critico, hanno bisogno, anche dal punto di vista psicologico, di certezze, e la scuola aperta deve essere una di queste. Se la situazione dovesse drammaticamente precipitare, ma non mi sembra che si possa ragionevolmente temere, si vedrà. E comunque, se mai dovesse accadere, non sarà certo stato a causa delle lezioni a scuola». Torneremo, nelle prossime settimane, ad interpellare nuovamente gli insegnanti e poi gli studenti attraverso l’indagine annuale sugli stili di vita di Laboratorio Adolescenza e Istituto di ricerca IARD, perché l’ascolto, la registrazione di stati d’animo, paure e speranze ci consente di dare un importante contributo di informazioni a chi è chiamato a dare risposte esaurienti in questa difficile congiuntura.
13 gennaio 2022 (modifica il 13 gennaio 2022 | 09:53)
© RIPRODUZIONE RISERVATA


Commenti recenti