IIl problema è noto: c’è carenza (grave) di componentistica elettronica e basta chiedere ai costruttori di auto per farsi un’idea della portata di un problema che, dopo essersi manifestato all’indomani del primo lockdown, nella tarda primavera del 2020, ha assunto nei mesi successivi una dimensione globale e trasversale a molti settori. Mancano chip, sensori e memorie che fanno funzionare centraline, computer e apparecchiature di vario genere e da questa situazione non se ne uscirà molto presto. Molti addetti ai lavori, compreso il Ceo di St Microelectronic, Jean-Marc Chery, parlano del 2023, ma è difficile a detta degli esperti stabilire (oggi) una data certa perché la situazione è ancora parecchio volatile e differente fra industry e industry e fra mercati e mercati.

Lo “shortage” di chip, questo è certo, non ha però solo fermato catene di assemblaggio e rallentato ordini e consegne del prodotto finito ma ha messo anche sotto i riflettori il grado di dipendenza dell’economia europea dai semiconduttori “made in Asia”. L’urgenza di investire a livello Ue in un vero e proprio ecosistema, che superi l’empasse di una produzione locale limitata e che cancelli il rischio di perdere una sovranità tecnologica vitale per mantenere competitività a lungo termine, è conclamata. Lo è nei numeri e nei tempi, lo è a livello di infrastrutture e lo è naturalmente in termini di accesso ai talenti Stem per fare ricerca e sviluppo.

LA CAPACITÀ PRODUTTIVA DI CHIP

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La domanda di chip “evoluti” raddoppierà entro il 2030

Un nuovo report realizzato dalla società di consulenza Kearney per conto di Intel, che il Sole 24 Ore ha visionato in anteprima, ha fatto per l’appunto luce sull’attuale scenario e cercato di trovare delle risposte di lungo termine. Mettiamo a fuoco innanzitutto un dato, quello della domanda di semiconduttori tecnologicamente più avanzati (basati cioè su tecnologia di processo dai 10 ai 5 nanometri): questa raddoppierà nella Ue entro il 2030 con un tasso di crescita annuo del 15% per arrivare a coprire il 43% di una torta che vale poco meno di 80 miliardi di dollari.

All’aumentare dei consumi dei chip più evoluti (memorie quindi escluse), l’Unione Europea difficilmente saprà però rispondere in modo adeguato in assenza di un cambio di passo sostanziale. Basti pensare che nel 2000, come si legge chiaramente nel rapporto, il Vecchio Continente deteneva quasi il 25% della capacità produttiva mondiale di semiconduttori e oggi questa percentuale è scesa all’8%. Ancora peggiore è il dato relativo ai chip “leading-edge”, con una quota di mercato precipitata in 20 anni dal 19% allo zero mentre quelle di Sud Corea e Taiwan sono decollate, rispettivamente, dall’8 al 18% e dal 17 al 40%.

Cosa fare per invertire la tendenza

Rivitalizzare l’ecosistema dei chip in Europa, e quello dei chip basati su tecnologie all’avanguardia in modo particolare, è quindi il passo necessario per recuperare terreno e generare sostanziali benefici di natura economica. Gli obiettivi, almeno sulla carta, sono chiari: la Ue ha l’ambizione di raddoppiare la propria fetta di mercato…

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