Il lancio della missione SpaceX “Transporter11”, con a bordo l’Iperdrone italiano
Il lancio della missione SpaceX “Transporter11”, con a bordo l’Iperdrone italiano
Spazio
Il lancio della missione SpaceX “Transporter11”, con a bordo l’Iperdrone italiano
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L’astronauta della NASA Matthew Dominic ha catturato un timelapse delle intense luci colorate dell’aurora dalla Stazione Spaziale Internazionale a circa 400 km sopra la Terra. Dominick, ingegnere di volo, è a bordo della ISS dal 3 marzo e sui social, postando il video, ha scritto:
“Timelapse della luna che tramonta in flussi di aurore rosse e verdi, seguita dall’alba che illumina la Soyuz con una luce azzurra. L’aurora è stata fantastica negli ultimi giorni. Ottimo momento per provare una nuova lente arrivata di recente su Cygnus”.
Seguito dai dati tecnici della ripresa.
Una lavatrice che non parte, un guasto allo smartphone: quante volte i consumatori si sono sentiti rispondere che i pezzi originali mancano o che sono troppo costosi o, ancora, che arrivano dopo chissà quante settimane.
A breve sarà tutto più semplice e tutelato grazie alla legge 2024/1799 dell’Unione Europea che pone regole più chiare e che possono far sì che i 12 miliardi che vengono annualmente investiti nella sostituzione totale con un prodotto nuovo rispetto ad uno con un difetto non si tramutino più in 36 milioni di tonnellate di rifiuti.
Tra le nuove regole: l’obbligo di indicare la spesa massima per la riparazione, la restituzione dell’elettrodomestico entro un mese e la possibilità di usare i ricambi anche non originali, che si possono creare anche in modo indipendente.
Gli NFTs rappresentano e hanno rappresentato una nuova frontiera per artisti e collezionisti, offrendo opportunità uniche di monetizzazione e collezionismo: ma quanta speculazione c’è dietro? Esiste un’etica dell’NFT, un bright side dove veramente si incontrano creatività, collezionismo puro ed arte? Su Arte.tv, TokenAngels presenta “What the Punk!”, un docufilm che esplora l’ascesa, la crisi e le prospettive future degli NFTs, una delle forme d’arte più controverse degli ultimi 10 anni.
Nel 2014 (con il minting di “Quantum” il primo NFT della storia, dell’artista digitale Kevin McCoy) nascevano gli NFTs, cosiddetti token non fungibili, che avrebbero rivoluzionato il modo di scambiare l’arte digitale e non solo. Il culmine economico si raggiungeva nel marzo 2021; solo 2 anni dopo, nell’aprile 2023, se ne registrava un calo del 90%, mettendo in evidenza la volatilità e le sfide associate a questo nuovo settore. Una debacle o, forse, la possibile rinascita secondo nuove etiche, nuovi principi, nuove sfide tutte da disegnare.
Attraverso le voci dei pionieri della CriptoArt, i developers ed informatici, Matt e John (fondatori di LarvaLabs, creatrice dei CryptoPunks) e lo street artist ROBNESS, “What the Punk!” offre uno sguardo approfondito su un fenomeno che ha rivoluzionato la creazione artistica e il collezionismo digitale, quel “far west digitale” spesso abitato da una moltitudine di figure atipiche e fuori dagli schemi – categoricamente punk – che ha regalato al mondo del collezionismo alcuni pezzi d’arte (veramente) unici, ma anche sollevato dubbi e scetticismi.
A co-produrre il docufilm è l’italiano TokenAngels, uno dei massimi collezionisti di arte digitale, proprietario di alcuni tra gli NFTs storicamente più importanti come HomerPepe & BOOUUSEGG – e di altri tra i più rilevanti artisti digitali contemporanei. Il film è scritto da Hervé Martin Delpierre e Marc Lustigman, diretto da Hervé Martin Delpierre.
Ha il nome del mecenate siciliano Antonio Presti l’asteroide 20049.
La pubblicazione è avvenuta nell’ultimo numero del Bollettino ufficiale della International Astronomical Union (Iau) del luglio 2024, su proposta dell’astrofisico Mario Di Martino dell’Inaf – Osservatorio Astrofisico di Torino e membro del Consiglio di amministrazione della Fondazione Gal Hassin.
Il mecenate ha voluto dedicare il riconoscimento alle mamme e ai bambini del quartiere di Librino di Catania: “Una felice sorpresa di stupore e meraviglia sapere che da oggi il mio nome viene a far parte della Fascia principale degli asteroidi – commenta il maestro Presti – spero che questo asteroide a me dedicato possa contribuire a restituire la visione dell’invisibile, in una società contemporanea dove la cecità ottunde la visione della bellezza”.
In Occidente l’acronimo è ormai famoso: GAFAM, ovvero Google, Amazon, Facebook, Apple e Microsoft, grandi aziende, Big Tech considerate espressione di un oligopolio, commerciale, tecnologico, informatico assolutamente dominante, difficile da contrastare. La sentenza contro Google è tornata così ad accendere i riflettori sul tema. Il giudice Amit P. Mehta della Corte distrettuale degli Stati Uniti per il distretto di Columbia ha, infatti, affermato in una sentenza di 277 pagine che Google ha abusato di un monopolio nel settore delle ricerche online
Il Dipartimento di Giustizia e alcuni Stati avevano fatto causa a Google, accusando l’azienda di aver consolidato illegalmente il suo predominio, in parte, pagando ad altre aziende, come Apple e Samsung, miliardi di dollari all’anno per far sì che proprio Google gestisse automaticamente le query di ricerca sui loro smartphone e browser web. “Google è un monopolista e ha agito come tale per mantenere il suo monopolio”, ha affermato il giudice nella sentenza che è un duro verdetto per le grandi aziende tecnologiche che utilizzano la loro pervasività in Internet per influenzare il modo in cui facciamo acquisti, consumiamo informazioni e cerchiamo online. E’ anche il primo indizio di un possibile limite del potere delle Big Tech ed è probabile che influenzi altre cause antitrust del governo contro Apple, Amazon e Meta. La decisione storica, colpisce infatti, i giganti della tecnologia, e secondo gli esperti potrebbe alterare radicalmente il loro modo di fare affari. O almeno questo è l’auspicio.
Meta, Facebook (gettyimages)
“Questa decisione storica rende Google responsabile”, ha detto Jonathan Kanter, il principale funzionario antitrust del Dipartimento di Giustizia, al New York Times. “Apre la strada all’innovazione per le generazioni future e protegge l’accesso alle informazioni per tutti gli americani”.
Da parte sua però Kent Walker, presidente degli affari globali di Google, ha annunciato che la società farà ricorso contro la sentenza. “Questa decisione riconosce che Google offre il miglior motore di ricerca, ma conclude che non dovremmo essere autorizzati a renderlo facilmente disponibile”, ha affermato, difendendo la posizione e le scelte del colosso hitech statunitense.
L’Antitrust condanna Google per monopolio ricerca su Internet (Rainews24)
Durante il processo, l’ amministratore delegato di Microsoft, Satya Nadella, si è detto preoccupato che il predominio del suo concorrente avesse creato un “Google web” e che il suo rapporto con Apple fosse “oligopolistico”. E aveva ammonito che se avesse continuato imperterrito, probabilmente Google sarebbe diventato dominante anche nella corsa allo sviluppo dell’intelligenza artificiale. Google dal canto suo si era difesa affermando che stava vincendola sfida “perché era migliore”. Insomma, in alcuni casi accuse reciproche di oligopolio che scuotono comunque il sistema.
sede Microsoft a Redomond, USA (gettyimages)
Secondo il New YorkTimes, la decisione è la vittoria più significativa fino ad oggi per le autorità regolatorie americane che stanno cercando di frenare il potere dei colossi della tecnologia e probabilmente influenzerà altre cause antitrust governative contro Google, Apple, Amazon e Meta (proprietario di Facebook, Instagram e WhatsApp).
Logo Amazon (Ansa)
Nella lunga battaglia, che va avanti da anni (tra indagini, processi e sentenze) tra gli Stati e le Big Tech queste ultime spesso sono state accusate di alterare il mercato e la libera concorrenza, conabusi di posizione dominante, fusioni acquisizioni contro le quali sono state comminate, tanto negli Usa che in Europa, milionarie, talvolta miliardarie, sanzioni che però non hanno impedito il perseverare di certe pratiche che secondo quanto denunciato dall’Antitrust vedono compromesse garanzie democratiche fondamentali come privacy, tassazione equa e diritti dei lavoratori.
Le accuse sono quelle di dettare prezzi e regole su commercio, motori di ricerca, pubblicità, servizi di social network e editoria. Ma soprattutto, le battaglie più complesse, riguardano le condizioni di lavoro, i regimi fiscali e la gestione dei dati personali che, come nel famoso caso di Cambridge Analityca, diventano cruciali in ambito sociale e politico.
Apple (Getty)
Se a dominare lo scenario occidentale e l’oligopolio di GAFAM nella Repubblica Popolare Cinese a dominare è BATX, ovvero i colossi Baidu, Alibaba, Tencent, Xiaomi. Pechino ha modificato la legislazione antitrust dal 2008. La legge, che in precedenza non riguardava i giganti cinesi di Internet, è stata estesa a tutte le società digitali del Paese.
Il potere crescente dei BATX, ma anche di ByteDance, proprietario dell’applicazione TikTok ha spinto le autorità asiatiche a incoraggiare lo sviluppo di nuove start-up. E a differenziare il mercato.
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