Il Governo italiano si prepara a varare una norma per avviare la sostituzione dei software russi installati presso le Pubbliche amministrazioni: lo ha annunciato il sottosegretario alla presidenza del Consiglio, Franco Gabrielli “per dismettere non solo Kaspersky, ma anche altre piattaforme russe che sono nella disponibilità di Consip e della Pubblica Amministrazione”. E uno stesso annuncio arriva in Germania dove il Bsi, l’Ente federale tedesco per la Sicurezza nella informazione tecnica, consiglia “di sostituire l’antivirus Kaspersky con prodotti alternativi”.
Il tema della cybersicurezza è diventato la priorità numero uno a seguito dello scoppio del conflitto russo-ucraino e sebbene l’Agenzia per la cybersicurezza nazionale (creatura nata da pochi mesi mentre negli altri Paesi ci sono omologhi da anni) abbia dichiarato che al momento non ci sono evidenze oggettive “dell’abbassamento della qualità dei prodotti e dei servizi tecnologici forniti” dalla Federazione Russa, la stessa Agenzia guidata da Roberto Baldoni suggerisce di “considerare le implicazioni di sicurezza derivanti dall’utilizzo di tecnologie informatiche fornite da aziende legate alla Federazione Russa”.
Gabrielli si appella alla necessità di “un’autonomia tecnologia” dell’Italia, autonomia però non realizzabile al momento e nemmeno nel medio periodo. Bisognerà dunque fare i conti con la realtà. E la realtà è che almeno 2.700 fra enti e pubbliche amministrazioni rischiano il caos: 2.700 sono infatti le partnership che la sola Kaspersky vanta nel nostro Paese nel settore pubblico (e bisognerà quindi verificare se altri software russi sono in uso alle PA) fra ministeri, Comuni, forze dell’ordine e la stessa Presidenza del Consiglio. E a fine gennaio l’azienda aveva ottenuto persino la certificazione Mise, il “bollino blu” della sicurezza.
Come faranno le PA a sostituire i software? Quanto tempo ci vorrà? E quali sono gli impatti sull’operatività e sulla stessa sicurezza considerato che si rischia un “vuoto” fra il dire e il fare?
Sono tutte questioni non da poco e l’effetto boomerang potrebbe essere consistente anche considerato i costi che le PA dovranno affrontare. In un’intervista con il Corriere della Sera il direttore generale di Kaspersky Italia Cesare D’Angelo prova a rassicurare. Ma difficilmente le rassicurazioni serviranno in questa fase. “La nostra priorità è sempre stata la privacy e la sicurezza dei nostri utenti”. L’azienda dai natali russi condanna l’azione bellica e nel comprendere i dubbi dei partner istituzionali si rende disponibile “di chi voglia avere delucidazioni tecniche o voglia esaminarci”. E D’Angelo ricorda che l’azienda “ha investito più di tutte in iniziative di trasparenza” nel settore della sicurezza “spostando in Svizzera i data center in cui vengono processati i dati che i clienti scelgono di condividere volontariamente. E siamo pronti a portare a Zurigo chiunque voglia testare l’affidabilità dei nostri sistemi”. D’Angelo aggiunge inoltre che l’azienda ha ottenuto i “massimi livelli di certificazione da advisor esterni in merito alla qualità e integrazione dei nostri processi di sviluppo delle soluzioni e dei nostri data center” ed “è importante sapere che i controlli e l’approvazione finale prima della distribuzione avvengono fuori dalla Russia. Non esiste alcuna connessione, alcun vaso comunicante fra country”.
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